Schifani, De Luca evoca il Csm: il possibile voto in Sicilia a primavera incrocia il braccio di ferro tra Meloni e Forza Italia

Cateno De Luca al convegno sulla tutela dell’ecosistema siciliano, a Taormina.

Nel reel Instagram che ha condiviso Cateno De Luca, sindaco di Taormina e leader di Sud chiama Nord, racconta che Renato Schifani, presidente della Regione Siciliana ed esponente di Forza Italia, avrebbe puntato a un posto nel Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno dei giudici. Secondo De Luca, venuta meno questa prospettiva, Schifani resterebbe in carica fino a fine febbraio e poi si dimetterebbe, aprendo la strada alle elezioni regionali in Sicilia in primavera. Il retroscena non trova, al momento, conferme pubbliche.

Schifani e De Luca: l’ipotesi Csm e le dimissioni a fine gennaio

Nel suo intervento all’Ars, De Luca ha descritto il mancato approdo di Schifani al Consiglio superiore della magistratura come il passaggio che avrebbe fatto saltare gli equilibri. «Il banco è saltato nel momento in cui il presidente Schifani ha fatto circolare la voce che non avrebbe accettato l’incarico al Csm per dimettersi anticipatamente a fine gennaio», ha affermato, secondo quanto riportato oggi da LiveSicilia. De Luca indica poi la seconda settimana di maggio come possibile data per le elezioni politiche e prospetta una coincidenza con il voto siciliano.

Il retroscena sul Csm e sul presunto accordo per l’uscita del governatore non risulta accompagnato da conferme pubbliche di Schifani o da atti che attestino una candidatura. Va quindi attribuito a De Luca e tenuto distinto dai fatti verificabili. Il Csm è l’organo di autogoverno della magistratura ordinaria: parlarne come di una destinazione già concordata trasformerebbe un’ipotesi politica in una notizia non dimostrata. Il leader di Sud chiama Nord aveva anticipato il tema anche in un reel sui propri canali social; oggi lo ha ripreso nel quadro della crisi apertasi dentro il centrodestra siciliano.

A Roma il voto di primavera divide la maggioranza

La finestra di primavera evocata da De Luca si inserisce in una discussione già aperta a Roma, ma non equivale a una decisione di sciogliere le Camere. Il 6 ottobre Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, ha parlato della possibilità che «potrebbe esserci l’esigenza di votare a maggio» e di accorpare le politiche alle comunali. Poche ore dopo ha precisato che, per il suo partito, la legislatura dovrebbe arrivare all’autunno 2027, «ferme restando le prerogative del Capo dello Stato».

Anche le ricostruzioni sulla posizione di Giorgia Meloni non coincidono del tutto: la Repubblica descrive il voto di primavera come uno scenario ancora considerato dalla premier e un tema di confronto con gli alleati; l’agenzia di stampa Ansa riferisce invece che Meloni non avrebbe gradito l’apertura di Malan. Antonio Tajani ha espresso una linea pubblica diversa: «Noi siamo favorevoli ad arrivare alla fine della legislatura». Al 7 ottobre non risulta un annuncio della presidente del Consiglio che fissi una data per il voto nazionale.

Minardo convoca Schifani e Tajani: la ricandidatura resta il nodo

In Sicilia la questione immediata è il futuro della candidatura di Schifani alle regionali del 2027. Dopo aver chiesto una «proposta politica completamente nuova» per l’Isola, il commissario regionale di Forza Italia Nino Minardo ha proposto un incontro a Roma con il governatore e il segretario nazionale Tajani. La riunione dovrebbe svolgersi nei prossimi giorni, ma non risultano ancora una data fissata né un esito. Questa mattina Schifani, interpellato dai cronisti sulle dimissioni, non ha sciolto la riserva e si è detto dispiaciuto per l’evoluzione del quadro politico.

Secondo la ricostruzione pubblicata da la Repubblica, al governatore potrebbe essere garantito il sostegno fino alla fine della legislatura, pur senza confermarne la ricandidatura: un’ipotesi giornalistica, non un accordo ufficiale. L’agenzia di stampa Ansa riferisce che in Forza Italia si lavora a ricomporre la frattura e che i vertici sono contrari a dimissioni immediate, anche per le conseguenze amministrative e finanziarie. Se Schifani lasciasse ora, la prima finestra utile per il voto regionale sarebbe il 13 dicembre; la Regione rischierebbe di arrivare a fine anno senza la manovra di stabilità e in esercizio provvisorio.

La richiesta di rinnovamento di Minardo è arrivata mentre la Regione affronta anche il caso giudiziario che coinvolge l’ex consigliere giuridico Gaetano Armao: la Procura di Palermo ha chiesto una misura cautelare nei suoi confronti nell’ambito di un’indagine per corruzione, accusa che Armao respinge. L’avvocato si è dimesso dall’incarico e Schifani ha richiamato la presunzione di non colpevolezza. La vicenda pesa sul clima politico, ma non costituisce una prova di responsabilità né, da sola, chiarisce la scelta sulla presidenza.

Lo Statuto prevede tre mesi, ma non un election day automatico

Il calendario siciliano ha una regola precisa: l’articolo 10 dello Statuto regionale stabilisce che, in caso di dimissioni del presidente, si proceda alla nuova elezione del presidente e dell’Assemblea regionale «entro i successivi tre mesi». La norma rende possibile un voto in primavera se le dimissioni arrivassero a fine inverno, ma non dispone l’accorpamento con le elezioni politiche o comunali. Inoltre, la data di fine gennaio indicata da De Luca richiede di verificare con attenzione la finestra effettiva: la seconda settimana di maggio non sarebbe automaticamente compatibile con il termine statutario. La scadenza decorre dalla data delle dimissioni, non da un’intesa politica.

Il punto, dunque, non è soltanto se Schifani sceglierà di dimettersi o se Forza Italia gli confermerà il sostegno fino alla fine del mandato. È anche chi deciderà il candidato del centrodestra in Sicilia e quando la coalizione intende affrontare la successione. Il confronto annunciato da Minardo con Tajani e Schifani potrà chiarire la linea del partito; fino ad allora il possibile passaggio al Csm e il collegamento tra il voto siciliano e quello nazionale restano ipotesi attribuite a De Luca. La crisi dell’Isola incrocia così la partita di Meloni sul calendario elettorale, ma non dimostra una regia comune tra Roma e Palermo.

Su LaCapitale abbiamo già raccontato il rapporto politico tra Cateno De Luca e Renato Schifani, mentre il quadro nazionale è approfondito nell’articolo su Meloni e il voto nella primavera 2027.