La sfida tra Schlein e Conte per la guida del campo largo mette ora alla prova l’alleanza. A forza di porgere l’altra guancia a Giuseppe Conte, Elly Schlein rischia di ritrovarsi senza più faccia. Per mesi la segretaria del Pd ha ingoiato distinguo, ultimatum, veti e provocazioni del leader dei Cinque Stelle nel nome della santa alleanza necessaria a battere Giorgia Meloni. Ha evitato lo scontro frontale sull’Ucraina, ha sopportato le continue fughe in avanti del M5S, ha cercato di tenere insieme riformisti, sinistra, grillini e centristi. Tutto pur di non far saltare quel campo largo che dovrebbe rappresentare l’unica alternativa numericamente credibile al centrodestra.
Il risultato, però, comincia a diventare politicamente imbarazzante. Il campo largo resta un cantiere nel quale gli operai litigano sul progetto prima ancora di avere posato le fondamenta. Conte continua a comportarsi come se la leadership fosse una partita completamente aperta e, soprattutto, il Pd perde terreno nei sondaggi, avvicinandosi pericolosamente a quella soglia psicologica del 20 per cento che al Nazareno nessuno può permettersi di considerare un dettaglio.
A quel punto Schlein sembra avere scoperto una verità piuttosto elementare: se per tenere insieme l’opposizione deve cedere terreno al suo principale concorrente, prima o poi rischia di non averne più. La sfida tra Schlein e Conte si sposta così dai retroscena alla leadership del campo largo. La sfida tra Schlein e Conte entra così nel confronto sulle regole della coalizione.
La sfida tra Schlein e Conte per la guida del campo largo
È questo il paradosso che comincia a diventare insopportabile per i democratici. Il Pd resta largamente il partito più forte dell’opposizione, ma nella rappresentazione quotidiana del campo largo appare spesso come quello che deve chiedere il permesso agli altri.
Conte decide dove piantare le bandierine. Ucraina? Il M5S alza il muro. Invio delle armi? Nuovo distinguo. Matteo Renzi dentro la coalizione? Altro veto. Leadership? Nessun automatismo. Federatore? Se ne può parlare. Primarie? Facciamole.
Il meccanismo funziona magnificamente per Conte perché gli permette di occupare contemporaneamente due ruoli: alleato del Pd e oppositore del Pd. Sta dentro il campo largo quando deve presentarsi come possibile uomo di governo e ne prende le distanze quando deve ricordare agli elettori grillini che lui con i democratici non c’entra poi così tanto.
Schlein, invece, non dispone dello stesso lusso. Se rompe con Conte, rischia di distruggere l’unica coalizione che sulla carta può contendere Palazzo Chigi al centrodestra. Se continua a inseguirlo, rischia di apparire subalterna al leader di un partito che pesa molto meno del suo.
Una trappola perfetta. Soprattutto quando i sondaggi cominciano a presentare il conto.
Finché il Pd cresceva o almeno teneva, la generosità della segretaria poteva essere raccontata come capacità di leadership. Quando invece il partito arretra, la stessa generosità assume un nome decisamente meno elegante: debolezza.
La sfida tra Schlein e Conte su Ucraina e armi
Lo scontro sull’Ucraina ha reso questa contraddizione ancora più evidente. Non si tratta di una controversia marginale sulla quale trovare una formula sufficientemente vaga da accontentare tutti. Parliamo della collocazione internazionale dell’Italia, dei rapporti con l’Unione europea e la Nato e della politica estera di un eventuale governo di centrosinistra.
Conte continua a spingere il Movimento su posizioni nettamente differenti da quelle della componente più europeista e atlantista del Pd. Ogni tentativo di compromesso diventa così l’occasione per alzare nuovamente l’asticella.
Ed è qui che nasce il dubbio più velenoso.
Conte sta cercando un accordo oppure sta preparando le condizioni per poter dire, eventualmente, che l’accordo è diventato impossibile?
Carlo Calenda ha formulato apertamente questo sospetto, sostenendo che lo scontro sulle armi possa servire al leader del M5S per conservare una porta d’uscita qualora non avesse la certezza di conquistare la leadership della coalizione. È una lettura interessata, naturalmente, visto che arriva da uno dei più feroci avversari di Conte. Ma politicamente il problema esiste.
Il presidente del M5S non può permettersi di diventare il semplice numero due di Schlein. Se accettasse senza condizioni la leadership democratica, perderebbe proprio quella differenziazione sulla quale ha ricostruito il Movimento dopo la stagione del governo Draghi.
Per questo deve restare abbastanza vicino al Pd da poter tornare a Palazzo Chigi, ma abbastanza lontano da non diventarne un satellite.
Il capolavoro, per Conte, sarebbe guidare il campo largo. La seconda opzione sarebbe condizionarlo. La peggiore sarebbe entrarci da comprimario.
Poi Conte tira fuori il federatore e irrita perfino i suoi
In questo clima arriva la storia del federatore. Conte racconta di essere stato favorevole a una figura capace di tenere insieme il centrosinistra, aggiungendo però che qualcuno gli avrebbe detto di no.
Una frase apparentemente innocua, in realtà una piccola bomba politica.
Perché quel «mi è stato detto di no» scarica implicitamente su qualcun altro la responsabilità del mancato accordo. E quel qualcun altro, anche senza essere nominato, è difficile non identificarlo con il Pd e con Schlein.
La sortita avrebbe provocato irritazione anche dentro il Movimento, dove esponenti di primo piano non risultavano particolarmente informati dell’esistenza di questa trattativa sul fantomatico terzo uomo. E il dettaglio non è irrilevante. Perché alimenta il sospetto che Conte utilizzi il dibattito sulla leadership anche come strumento tattico personale, spostando continuamente il terreno dello scontro.
Prima il programma. Poi l’Ucraina. Poi le armi. Poi il federatore. Poi le primarie.
La coalizione che dovrebbe costruire l’alternativa a Meloni sembra impegnata soprattutto a trovare il sistema con il quale stabilire chi dovrà guidare l’alternativa a Meloni.
Manca soltanto un particolare: mettersi d’accordo su cosa dovrebbe fare, quell’alternativa, una volta vinte le elezioni.
Schlein finalmente reagisce: generosi sì, ingenui no
È in questo contesto che acquistano un significato diverso le parole con cui Schlein ha rivendicato il peso del Pd. Il famoso «uno non vale uno» non è più la notizia: è il sintomo della saturazione.
Quando la segretaria ricorda che il Pd raccoglie circa il doppio dei voti degli alleati e avverte che i democratici possono essere generosi ma non ingenui, il destinatario del messaggio è evidente.
Perché Schlein comincia ad avere un problema anche dentro casa.
Ogni punto perso dal Pd rende più difficile spiegare ai dirigenti e agli elettori democratici perché il partito debba continuare a sopportare le incursioni di Conte senza reagire. E rende ancora più difficile convincere l’area riformista che questa strategia non stia progressivamente trasformando il Pd in un partito costretto a rincorrere il Movimento sui temi scelti dal Movimento.
Il rischio per Schlein è micidiale. Deve costruire l’unità dell’opposizione per provare a vincere le elezioni, ma per farlo non può permettersi di indebolire il partito che dovrebbe rappresentarne l’architrave.
Se il campo largo cresce mentre il Pd perde voti, il problema per la segretaria diventa enorme. Perché a quel punto qualcuno al Nazareno potrebbe cominciare a chiedersi se l’alleanza serva a battere Meloni oppure a rafforzare Conte.
Le primarie nella sfida tra Schlein e Conte
Conte ha trovato la risposta: primarie.
La soluzione sembra ineccepibile. Si aprono i gazebo, votano gli elettori e chi vince guida la coalizione. Democrazia risolta in un pomeriggio.
La sfida tra Schlein e Conte per la guida del campo largo non si esaurisce nella scelta del candidato premier: le primarie del campo largo non possono cancellare le divergenze che stanno facendo esplodere la coalizione prima ancora che nasca.
Supponiamo che vinca Schlein. Il giorno dopo Conte accetterebbe la linea del Pd sull’Ucraina? Accetterebbe gli alleati che oggi considera indigesti? Rinuncerebbe ai distinguo che gli servono per conservare l’identità del Movimento?
Supponiamo invece che vinca Conte. Il Pd, che dispone di una forza elettorale quasi doppia, accetterebbe serenamente di consegnargli la leadership? I riformisti democratici si metterebbero disciplinatamente dietro una linea politica che contestano apertamente?
Il gazebo può contare i voti. Non può fare miracoli.
E soprattutto non può trasformare una somma di convenienze elettorali in un progetto politico.
Il grande vantaggio di Meloni è che può restare seduta a guardare
In tutta questa storia c’è una persona che non ha alcun interesse a interrompere lo spettacolo: Giorgia Meloni.
Il centrodestra ha problemi, divisioni e contraddizioni. Salvini deve fare i conti con Vannacci, Forza Italia cerca continuamente di marcare una posizione più moderata e le differenze sulla politica internazionale non mancano.
Ma quando arriva il momento decisivo nessuno deve riunire un conclave per capire chi sia il leader.
Nel centrosinistra, invece, il dibattito sulla persona che dovrebbe guidare il governo precede persino l’accordo sulle cose che quel governo dovrebbe fare.
È un regalo enorme alla presidente del Consiglio. Perché Meloni non ha bisogno di convincere gli italiani che il campo largo sia diviso: ci pensano quotidianamente i protagonisti del campo largo.
E più Conte e Schlein combattono per stabilire chi debba essere il capo, più alimentano il dubbio che il problema non sia il nome del comandante ma l’esistenza stessa dell’esercito.
Conte vuole vincere con il Pd o vincere sul Pd?
Alla fine tutta la partita ruota attorno a questa domanda.
Conte vuole battere Meloni insieme al Pd oppure vuole prima battere il Pd dentro il centrosinistra?
Le due cose non coincidono necessariamente.
Schlein sembra essersene finalmente accorta. E probabilmente non è un caso che la reazione arrivi proprio mentre i numeri cominciano a diventare sgradevoli. Finché il Pd poteva permettersi di sentirsi saldamente sopra il 20 per cento, sopportare le provocazioni del partner poteva apparire il prezzo della costruzione della coalizione. Quando quella soglia comincia a diventare pericolosamente vicina, il prezzo rischia di diventare troppo alto.
Perché c’è un limite oltre il quale la ricerca dell’unità smette di essere leadership e diventa subordinazione.
La sfida tra Schlein e Conte si riapre sui rapporti di forza: lei prova a tracciare quel limite, lui risponde con le primarie e il campo largo ricomincia a discutere di se stesso.
Nel frattempo Meloni può continuare a fare la cosa politicamente più redditizia: aspettare.
Perché il problema del centrosinistra non è più soltanto trovare qualcuno capace di batterla. È evitare di arrivare alle elezioni dopo essersi battuto da solo.







