Elly Schlein non arretra: le primarie del centrosinistra sono «inevitabili». Giuseppe Conte, però, mette subito i paletti e soprattutto respinge qualsiasi piano B che consegni automaticamente la candidatura a Palazzo Chigi al leader del partito più votato della coalizione. Il campo largo non ha ancora definito il programma comune e tantomeno scelto chi dovrà sfidare Giorgia Meloni, ma la battaglia per la leadership è già cominciata. E rischia di trasformare i gazebo nel primo vero regolamento di conti tra Pd e Movimento 5 Stelle.
La segretaria dem continua a puntare sulle primarie nonostante una parte consistente del suo stesso partito preferirebbe evitarle. Il timore è evidente: una sfida diretta tra Schlein e Conte potrebbe diventare una guerra interna alla coalizione, con un vincitore formalmente investito dagli elettori e uno sconfitto costretto poche settimane dopo a fare campagna elettorale per il rivale.
Schlein tira dritto nonostante i dubbi nel Pd
Nel Pd le perplessità attraversano anche aree che hanno sostenuto Schlein. Roberto Speranza non appare entusiasta dell’ipotesi, Andrea Orlando invita a non dare per scontato né il nuovo sistema elettorale né, di conseguenza, i gazebo. Eugenio Giani si è detto «freddo», mentre Michele De Pascale e Stefano Bonaccini sono indicati tra gli scettici. Dario Franceschini smentisce invece di lavorare contro le primarie.
Schlein, almeno per ora, non sembra intenzionata a farsi condizionare. La sua strategia prevede prima la costruzione di un programma comune e l’attacco al governo sui temi economici, quindi la scelta del candidato. Se la riforma elettorale dovesse essere approvata, per la segretaria la consultazione popolare diventerebbe sostanzialmente obbligata.
Anche i tempi avrebbero un peso decisivo. L’idea sarebbe quella di evitare primarie troppo anticipate, che lascerebbero mesi alla coalizione per dividersi sulle ferite della competizione, e celebrarle invece abbastanza vicino alle Politiche da trasformare subito il vincitore nel candidato del centrosinistra.
C’è poi una questione tutta interna al Pd. Il mandato di Schlein arriverà a scadenza prima delle Politiche e il congresso dovrebbe essere rinviato. Vincere le primarie consentirebbe alla segretaria di arrivare alle elezioni con un’investitura diretta e con una forza politica decisiva anche nella composizione delle liste.
Se salta la riforma cambia tutto
La partita, però, è legata a doppio filo alla nuova legge elettorale. Se la riforma non dovesse arrivare al traguardo, le primarie smetterebbero di essere così scontate. Ed è proprio qui che emerge la seconda linea di Schlein. La segretaria avrebbe spiegato ai suoi che, senza un sistema che renda necessaria la scelta preventiva del candidato premier, dovrebbe valere una regola semplice: «La guida va al partito della coalizione che prende più voti, i nostri elettori non sopporterebbero giochini di palazzo». Tradotto: se il Pd restasse nettamente la prima forza del centrosinistra, la leadership della coalizione dovrebbe spettare ai democratici. Ed è precisamente questa ipotesi che Conte respinge.
Conte avverte Schlein: «Gli alleati non sono cespugli»
Il presidente del Movimento 5 Stelle considera «non sostenibile» il principio secondo cui il partito più forte dovrebbe automaticamente esprimere il candidato premier. «L’ipotesi che il partito più forte prenda tutto non è sostenibile», ha dichiarato Conte. Una soluzione del genere, secondo l’ex presidente del Consiglio, finirebbe per «degradare gli alleati a cespugli» e farebbe sentire i loro elettori relegati a un ruolo secondario.
Il messaggio al Nazareno è piuttosto chiaro. Il Movimento non intende entrare in una coalizione nella quale la leadership del Pd venga considerata acquisita in partenza. Conte ricorda inoltre che il meccanismo utilizzato da decenni dal centrodestra, dove la guida della coalizione spetta al partito che ottiene più voti, funziona perché nel corso degli anni la leadership ha potuto passare da una forza all’altra. Applicarlo oggi al campo largo, sostiene, significherebbe invece partire da rapporti di forza che favoriscono strutturalmente il Pd.
Per questo il leader pentastellato, pur ammettendo che le primarie non rappresentassero inizialmente la soluzione preferita dal Movimento, adesso le difende apertamente: «Se non vogliono le primarie, lo dicano chiaramente».
Il rischio della guerra Schlein-Conte
È il paradosso che agita il centrosinistra. Schlein vuole le primarie per ottenere l’investitura della coalizione. Conte le accetta perché considera inaccettabile una candidatura automaticamente assegnata al Pd. E una parte dei democratici vorrebbe invece evitarle proprio perché teme le conseguenze di uno scontro frontale tra i due leader.
Nessuno può sapere in anticipo quale sarebbe l’esito di una consultazione aperta agli elettori dell’intero campo largo. Una vittoria di Conte metterebbe però Schlein in una posizione politicamente delicatissima alla guida del Pd; una vittoria della segretaria costringerebbe invece il Movimento 5 Stelle a schierarsi senza esitazioni dietro la leader democratica.
Il problema principale sarebbe soprattutto il giorno dopo. Una competizione particolarmente aggressiva potrebbe lasciare una parte degli elettori poco disponibile a sostenere il vincitore, qualunque esso sia.
Conte definisce ormai il dibattito «stucchevole e snervante» e chiede che la questione venga affrontata direttamente tra gli alleati, anziché attraverso interviste e retroscena. Schlein, invece, vuole rinviare il confronto definitivo e concentrare per ora l’offensiva sull’economia e sul governo Meloni. Ma dietro la tregua apparente resta intatta la domanda che il centrosinistra dovrà prima o poi affrontare: chi sarà il candidato a Palazzo Chigi? E soprattutto, una volta trovato il nome, Pd e Movimento 5 Stelle riusciranno davvero a riconoscersi nello stesso leader?







