Il sacerdote e il tecnico di laboratorio avrebbero avuto un colloquio. E proprio la natura di quella conversazione potrebbe diventare uno dei nuovi tasselli dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, avvelenate dalla ricina durante le festività natalizie.
A Pietracatella l’indagine entra in una fase delicatissima. Al momento non risultano ancora indagati, ma secondo quanto riferisce MowMag sarebbero cinque le persone sulle quali si concentra l’attenzione investigativa. Due di loro, tuttavia, potrebbero essere considerate anche potenziali vittime dell’avvelenamento.
Il passaggio più interessante riguarda però don Stefano, parroco del paese, e Michele, tecnico di laboratorio dell’Istituto Agrario di Riccia e marito della donna indicata dalla stessa fonte come un’amica molto vicina a Gianni Di Vita.
Il colloquio tra don Stefano e Michele
Gli investigatori starebbero cercando di ricostruire una conversazione avvenuta tra il sacerdote e Michele. Il punto decisivo è capire in quale contesto i due abbiano parlato e che cosa sia stato eventualmente confidato al parroco.
Secondo la ricostruzione pubblicata da MowMag, non si sarebbe trattato di una confessione sacramentale, bensì di un colloquio informale e riservato.
Una differenza tutt’altro che secondaria. Il sigillo sacramentale tutela infatti ciò che un sacerdote apprende durante la confessione. Diversa è la situazione di una normale conversazione avvenuta fuori da quel contesto.
È proprio questo il punto che gli investigatori starebbero cercando di chiarire. Se il colloquio con Michele fosse effettivamente avvenuto al di fuori della confessione, ciò che il sacerdote ha eventualmente appreso potrebbe assumere interesse nell’inchiesta.
Resta però da stabilire che cosa Michele possa avergli raccontato, ammesso che il colloquio abbia avuto contenuti rilevanti per il caso.
Chi è Michele e perché interessa agli investigatori
Michele è il marito della donna che nelle ultime settimane è finita al centro degli approfondimenti sui rapporti personali di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara.
L’uomo lavora come tecnico di laboratorio all’Istituto Agrario di Riccia. Una circostanza sulla quale si è concentrata l’attenzione mediatica per le sue competenze professionali, ma che da sola, naturalmente, non dimostra alcun coinvolgimento nell’avvelenamento.
Secondo la stessa ricostruzione, Michele avrebbe inoltre avuto contatti con Antonella.
Il possibile colloquio con don Stefano aggiunge quindi un nuovo elemento alla rete di relazioni che gli investigatori stanno ricostruendo attraverso audizioni, testimonianze e accertamenti tecnici.
Il movente passionale e i cinque sospettati
Dopo mesi di indagini, la pista sulla quale si starebbe concentrando maggiormente l’attenzione sarebbe quella passionale.
La Procura di Larino e la Squadra mobile di Campobasso hanno ascoltato circa duecento persone nel tentativo di ricostruire i rapporti familiari, le amicizie e le frequentazioni delle vittime e delle persone che gravitavano intorno alla famiglia Di Vita.
Secondo MowMag, sarebbero cinque i sospettati e potrebbero arrivare a breve le prime iscrizioni nel registro degli indagati. Al momento, tuttavia, queste iscrizioni non risultano formalizzate e il quadro resta quello di un’indagine ancora aperta.
Anche perché agli investigatori manca ancora uno degli elementi fondamentali: capire come la ricina sia arrivata fino ad Antonella e Sara.
La ricerca della ricina su Internet e gli esami dalla Germania
Due accertamenti potrebbero imprimere una svolta.
Il primo riguarda il cosiddetto «vettore», cioè l’alimento o la sostanza attraverso cui il veleno sarebbe stato assunto dalle due vittime. L’attenzione resta concentrata sulla cena del 23 dicembre, alla quale parteciparono Antonella, Sara e Gianni Di Vita, mentre l’altra figlia Alice si trovava fuori casa.
Gli esperti del Robert Koch Institute di Berlino stanno lavorando sui reperti biologici. Gli esami hanno già fornito elementi importanti sulla presenza della ricina nei tessuti delle vittime, ma gli investigatori attendono ulteriori risposte.
L’altro fronte porta negli Stati Uniti e riguarda gli accertamenti informatici su una ricerca online della parola «ricina», che sarebbe stata effettuata mesi prima della morte di madre e figlia. L’obiettivo è risalire all’indirizzo IP e quindi, se tecnicamente possibile, identificare chi effettuò quella ricerca.
È dall’incrocio di questi elementi, analisi scientifiche, dati informatici, rapporti personali e testimonianze, che potrebbe arrivare la svolta.
E adesso, tra le molte persone ascoltate nel corso dell’inchiesta, torna anche il parroco. Con una domanda destinata a diventare centrale: quello tra don Stefano e Michele fu davvero un semplice colloquio? E che cosa venne detto?







