Per mesi Giuseppe Conte ha giocato la partita del campo largo cercando di tenere contemporaneamente due posizioni: stare dentro l’alleanza e dimostrare di non essere subordinato al Partito democratico. Primarie, Ucraina, riarmo, Matteo Renzi, leadership: quasi ogni dossier è diventato l’occasione per marcare una distanza da Elly Schlein. Adesso, però, qualcosa sembra essersi spostato. La segretaria dem ha smesso di inseguire pubblicamente il leader del Movimento 5 Stelle e ha cominciato a delimitare il terreno sul quale intende costruire la coalizione.
Il segnale più interessante riguarda Renzi. Conte non ha mai nascosto la propria contrarietà alla presenza dell’ex premier nell’alleanza, una diffidenza che affonda le radici nella crisi del suo secondo governo. Eppure nelle ultime settimane il tono è cambiato: il presidente del M5S ha preso atto che Schlein ha coinvolto Renzi e contemporaneamente ha assicurato di non voler lavorare contro nessuno. Una formula diplomatica che racconta molto più di quanto sembri.
Schlein scopre che può dire di no a Conte
Il rapporto tra i due leader si è modificato anche sulla leadership. Conte ha insistito a lungo sulle primarie, presentandole come il sistema più trasparente per scegliere chi guiderà la coalizione. Schlein ha invece frenato: prima il programma, poi la discussione sul candidato. A inizio settembre, davanti all’ennesima accelerazione dell’alleato, la segretaria Pd ha invitato il campo progressista a smettere di parlare di primarie e a concentrarsi sull’opposizione e sui contenuti. Conte ha continuato a sostenerle, ma ha contemporaneamente ribadito che viene prima la coalizione.
È qui che emerge il dato politico. Conte può alzare il prezzo dell’accordo, può rivendicare le differenze del Movimento, può chiedere le primarie e può costringere il Pd a negoziare su Ucraina e politica estera. Ma arrivare alla rottura sarebbe un’altra cosa. Perché rompere significa rispondere alla domanda che il Movimento evita da tempo: dove può andare da solo?
Il M5S mantiene un consenso significativo e una propria identità elettorale. Ma un conto è possedere un pacchetto di voti sufficiente per condizionare una coalizione, un altro è trasformarlo in una possibilità concreta di governo. La stessa costruzione del campo progressista nasce dalla convinzione condivisa dai suoi protagonisti che ripetere la frammentazione del 2022 aumenterebbe le possibilità del centrodestra di mantenere Palazzo Chigi. Schlein lo ha detto esplicitamente: la divisione delle opposizioni favorì la vittoria del centrodestra nel 2022.
Conte ha bisogno del Pd almeno quanto il Pd ha bisogno del M5S
Questa è forse la parte più scomoda dell’equazione per Conte. Il Pd ha bisogno dei Cinque Stelle per costruire una coalizione numericamente competitiva, ma anche il Movimento ha bisogno del Pd per trasformare il proprio consenso in una prospettiva di governo. È una dipendenza reciproca, ma non perfettamente simmetrica.
Il Partito democratico rimane il maggiore partito dell’area progressista e può presentarsi come il perno attorno al quale aggregare sinistra, riformisti e forze civiche. Il Movimento 5 Stelle, fuori da quella geometria, rischierebbe invece di ritrovarsi in una terra di mezzo: troppo grande per essere marginale, troppo piccolo per competere autonomamente per Palazzo Chigi.
Conte questo lo sa perfettamente. Ed è probabilmente una delle ragioni per cui alle dichiarazioni muscolari segue quasi sempre una frase che riporta il confronto dentro il recinto dell’alleanza. Il 4 settembre, parlando delle proprie ambizioni, ha sintetizzato così la gerarchia: «La coalizione viene prima».
Renzi è il test più difficile per Conte
La questione Renzi rende questa contraddizione ancora più evidente. Per il Movimento 5 Stelle l’ex presidente del Consiglio non rappresenta semplicemente un alleato sgradito. È l’uomo che nel 2021 ritirò le ministre di Italia Viva dal Conte II, aprendo la crisi che portò alla fine di quel governo e successivamente alla nascita dell’esecutivo Draghi. Accettarlo nello stesso schieramento significa quindi ingoiare un pezzo consistente della propria storia politica recente.
Schlein, tuttavia, deve risolvere un problema differente. Se vuole costruire una coalizione capace di estendersi dal Movimento 5 Stelle all’area riformista, non può consentire a ciascun alleato di scegliere chi abbia diritto di entrare. Conte continua a manifestare la propria freddezza verso Renzi, ma ha riconosciuto che la segretaria Pd lo ha ormai coinvolto. È un precedente importante: significa che il potere di veto del Movimento incontra un limite.
Ucraina, il compromesso necessario per restare insieme
Persino sulla politica estera, probabilmente il terreno più difficile, le distanze vengono ormai trattate come un problema da risolvere e non come il preludio a una separazione. Conte continua a sostenere la linea del M5S sull’Ucraina; nel Pd esiste invece un’area fortemente legata alla prosecuzione del sostegno a Kiev. Fratoianni ha riconosciuto pubblicamente che la formula comune deve ancora essere trovata, ribadendo però che esistono le condizioni per arrivare a una sintesi.
La parola decisiva è proprio sintesi. Non significa che le differenze siano sparite. Significa che nessuno dei principali protagonisti sembra oggi intenzionato a farle diventare sufficienti per rompere. Per Conte vale ancora di più. Può ottenere una formulazione sulla difesa europea abbastanza elastica da permettergli di rivendicare la propria posizione. Può chiedere discontinuità sull’invio delle armi. Può presentarsi agli elettori come il contrappeso del Pd all’interno della coalizione. Tutto questo, però, funziona soltanto finché la coalizione esiste.
Il vero potere di Conte è stare dentro e pesare
Ed eccolo, il paradosso. Più Conte minaccia implicitamente di poter andare da solo, più deve evitare che qualcuno lo prenda sul serio fino in fondo. Il suo potere negoziale nasce dai voti che può portare al campo largo. Fuori dal campo largo quegli stessi voti rischiano di trasformarsi soprattutto in rappresentanza parlamentare e opposizione. Dentro, invece, possono diventare ministeri, programma, leadership, rapporti di forza e possibilità di governo.
Per questo il Conte più efficace non è quello che rompe. È quello che resta e rende costoso ogni accordo. Schlein sembra averlo capito. E forse ha capito anche qualcos’altro: il confine oltre il quale Conte non ha interesse ad andare. Il leader M5S continuerà con ogni probabilità a contestare, distinguersi, porre condizioni e difendere le primarie. È esattamente ciò che deve fare per impedire che il Movimento venga assorbito politicamente dal Pd. Ma tra alzare la voce e far saltare il tavolo esiste una distanza enorme.
Perché alla fine la domanda che incombe su ogni scontro interno al campo largo è sempre la stessa: che cosa succede il giorno dopo? Per Schlein significherebbe perdere un alleato indispensabile. Per Conte significherebbe rinunciare alla principale strada oggi disponibile per riportare il Movimento 5 Stelle al governo. Ed è questa, molto più delle dichiarazioni pubbliche, la forza che tiene insieme l’alleanza.







