La nuova legge elettorale, ribattezzata Melonellum, rischia di aprire un conflitto costituzionale di notevole portata. A sostenerlo è Enzo Cheli, costituzionalista, professore emerito ed ex vicepresidente della Corte costituzionale, che individua almeno cinque punti critici nella riforma sostenuta dalla maggioranza di governo. Le sue obiezioni riguardano il premio di maggioranza, il sistema di attribuzione dei seggi al Senato, le garanzie di rappresentanza e soprattutto l’indicazione politica del futuro presidente del Consiglio, che secondo il giurista potrebbe condizionare le prerogative del capo dello Stato.
Cheli, tra i firmatari dell’appello dei giuristi contrari alla riforma, esprime forti perplessità anche per l’entusiasmo con cui alcuni esponenti della maggioranza hanno accolto il percorso parlamentare del provvedimento. «Confesso che mi ha fatto un po’ impressione ascoltare il modo in cui la maggioranza celebra, diciamo così, il via libera parlamentare a una siffatta legge elettorale», osserva, contestando in particolare i riferimenti all’avvento di una nuova fase istituzionale.
Il premio di maggioranza: 105 seggi aggiuntivi con il 42% dei voti
La contestazione più importante riguarda il meccanismo che assegna 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi alla lista o coalizione che raggiunge almeno il 42% dei voti in entrambe le Camere. Secondo Cheli, il premio risulta eccessivo rispetto al consenso richiesto e rischia di alterare il rapporto tra voti ottenuti e rappresentanza parlamentare.
«Per me resta quello del premio di maggioranza totalmente sproporzionato», afferma il costituzionalista, indicando nel sistema di attribuzione dei seggi uno dei principali possibili motivi di ricorso alla Consulta.
Il giurista richiama anche la questione del Senato, dove ritiene necessario rispettare il principio costituzionale dell’elezione su base regionale. Aggiunge inoltre un elemento spesso trascurato nel dibattito: l’astensionismo, che rende ancora più delicato il rapporto tra percentuale dei voti validi e rappresentatività effettiva della maggioranza parlamentare.
Alternanza di genere e 300mila firme: gli altri nodi del Melonellum
Tra gli aspetti contestati figurano anche le garanzie sulla rappresentanza di genere e i requisiti per la presentazione delle liste. Cheli considera negativi sia la mancata piena alternanza tra uomini e donne sia il requisito delle 300mila firme, che può rappresentare un ostacolo significativo per le formazioni politiche meno strutturate.
Su questi punti, tuttavia, il costituzionalista distingue tra criticità di diversa natura. Ritiene infatti che la Corte costituzionale potrebbe intervenire attraverso una sentenza additiva, correggendo specifiche lacune della normativa senza necessariamente mettere in discussione l’intero impianto della riforma.
La maggioranza sostiene invece che la nuova legge possa rafforzare la governabilità e rendere più chiara agli elettori la scelta tra le coalizioni. È proprio il bilanciamento tra stabilità degli esecutivi e rappresentanza democratica a costituire il centro del confronto costituzionale.
L’indicazione del premier e il ruolo di Mattarella
Un altro punto particolarmente controverso riguarda l’obbligo per le forze politiche di indicare il candidato alla presidenza del Consiglio. La norma conserva formalmente le prerogative del presidente della Repubblica, al quale la Costituzione attribuisce il potere di nominare il capo del governo. Cheli ritiene però che l’indicazione preventiva possa produrre un condizionamento politico sulla formazione dell’esecutivo.
«Una faccenda più perniciosa di quanto si voglia far credere», osserva il giurista, sostenendo che la novità possa limitare concretamente la libertà di scelta del capo dello Stato anche senza modificarne espressamente i poteri.
Il riferimento è al progetto del premierato, che secondo Cheli troverebbe così una parziale anticipazione attraverso una legge ordinaria. La sua preoccupazione riguarda quindi non soltanto la formula elettorale, ma anche il possibile cambiamento degli equilibri tra Parlamento, governo e Quirinale.
Melonellum: il rischio dei ricorsi alla Consulta e la «Terza Repubblica»
Cheli giudica particolarmente impegnativa la prospettiva di un intervento della Corte costituzionale sulla Melonellum. Il costituzionalista auspica che eventuali questioni di legittimità possano essere affrontate senza lasciare irrisolti i dubbi sulle regole del voto.
A colpirlo è anche il significato politico che alcuni esponenti della maggioranza attribuiscono alla riforma, presentandola come il possibile avvio di una nuova fase istituzionale. Secondo Cheli, proprio l’enfasi sulla nascita di una «Terza Repubblica» rafforza gli interrogativi sulle conseguenze del provvedimento.
La questione decisiva resta dunque stabilire se il Melonellum realizzi un equilibrio costituzionalmente accettabile tra governabilità e rappresentanza. Per il governo la riforma offre uno strumento per favorire maggioranze stabili; per Cheli contiene invece criticità che meritano un esame rigoroso da parte della Consulta.







