Piano Mattei, il nipote di Enrico diffida Meloni: “Non usi il suo nome per un progetto in totale antitesi con la sua eredità”

Premier Giorgia Meloni

Il nome di Enrico Mattei è diventato negli ultimi anni uno dei pilastri simbolici della narrazione di governo sull’Africa, sull’energia e sul ruolo internazionale dell’Italia. Ma adesso proprio quel nome rischia di trasformarsi in un terreno di scontro. Perché alla presidenza del Consiglio è arrivata una diffida formale, inviata via Pec, con un oggetto che non lascia spazio a equivoci: “Diffida all’utilizzo del nome di Enrico Mattei in relazione al cosiddetto Piano Mattei”. A firmarla è Pietro Mattei, uno dei nipoti ed eredi del fondatore dell’Eni.

La questione è molto più grossa di una disputa nominale. Pietro Mattei non si limita a contestare un’etichetta politica. Sostiene che il governo di Giorgia Meloni stia facendo esattamente il contrario di ciò che Enrico Mattei rappresentò nella storia italiana. E lo scrive nero su bianco, accusando Palazzo Chigi di utilizzare quel cognome “a fini di propaganda”, fino al punto di deformarne il significato politico e storico. È una contestazione pesante, perché colpisce il cuore stesso dell’operazione costruita dalla premier attorno al cosiddetto Piano Mattei, presentato come un modello di cooperazione non predatoria con i Paesi africani.

Il nipote di Enrico Mattei contro il governo

Pietro Mattei ha deciso di muoversi adesso, dopo tre anni di governo e due dall’avvio del piano, perché a suo dire il tempo delle attese è finito. In sostanza, racconta di aver inizialmente voluto vedere che piega avrebbe preso il progetto. Poi però avrebbe maturato una convinzione opposta a quella che Palazzo Chigi prova a trasmettere: il governo starebbe usando il nome di suo zio mentre ne tradisce la visione su energia, rapporti internazionali e Africa.

È qui che la vicenda diventa politica nel senso pieno del termine. Enrico Mattei, nella memoria pubblica italiana, non è solo il fondatore dell’Eni o il manager che sfidò le Sette Sorelle. È il simbolo di una politica energetica autonoma, di un’Italia che prova a giocare una partita propria tra i colossi occidentali, i Paesi produttori e il blocco sovietico. Per Pietro Mattei, proprio questo tratto renderebbe intollerabile l’accostamento con l’attuale governo. Nella diffida si sostiene infatti che l’operato dell’esecutivo sia “in totale antitesi” con quello del fondatore dell’Eni e che, invece di perseguire una reale sovranità energetica nazionale, mostri una “marcata subordinazione agli interessi degli Usa”.

La contestazione non si ferma all’energia. Tocca anche il tema migratorio e il rapporto con l’Africa, che rappresenta l’asse narrativo centrale del Piano Mattei di Meloni. Secondo Pietro, il paragone non reggerebbe neppure sotto questo profilo. Nella sua ricostruzione, Enrico Mattei aveva un approccio fondato sulla formazione dei giovani locali, sulla costruzione di classi dirigenti nei Paesi partner e su un’idea di cooperazione che non riduceva mai il continente africano a puro tema di gestione dei flussi migratori. Per questo considera inaccettabile che il suo nome venga associato a una politica che, ai suoi occhi, usa proprio l’immigrazione come strumento di propaganda interna.

“Faremo causa”: la sfida a Palazzo Chigi

La diffida, dunque, non è un gesto simbolico e basta. È il primo passo di una battaglia annunciata. Pietro Mattei fa capire di essere pronto ad andare fino in fondo se il governo continuerà a utilizzare il nome dello zio per il piano strategico africano. Parla apertamente di azioni civili e penali e liquida l’intera operazione come “una scatola vuota”. Il tono è quello di uno scontro frontale, non di una semplice richiesta di chiarimento.

Il punto politicamente più delicato è che la contestazione non arriva da un avversario qualsiasi, ma da un erede che rivendica un rapporto diretto con la memoria familiare e con il lascito morale di uno dei personaggi più evocati dall’attuale destra di governo. Per Meloni il Piano Mattei è molto più di un dossier tecnico: è un brand politico, una sintesi di strategia energetica, politica estera, cooperazione africana e controllo delle rotte migratorie. Se il nipote del fondatore dell’Eni ne contesta pubblicamente la legittimità simbolica, il colpo è soprattutto reputazionale.

Anche Rosangela, detta Rosy, altra nipote di Enrico Mattei, esprime giudizi molto severi sul piano del governo. Anche lei lo considera sostanzialmente vuoto e non ne condivide l’impostazione. Ma non ha firmato la diffida. È un dettaglio importante, perché racconta di una famiglia unita nella critica, ma non necessariamente nelle forme della battaglia. E racconta anche di un universo di relazioni, memorie e interessi che ruota ancora oggi attorno alla figura di Mattei come a un mito politico, energetico e nazionale mai davvero archiviato.

L’altra guerra: i quadri, i cimeli e l’eredità contesa con Eni

Ma la storia non finisce con la lettera a Meloni. Perché accanto alla battaglia sul nome ce n’è un’altra, più silenziosa ma altrettanto esplosiva, che riguarda i beni che gli eredi reclamano da Eni. Qui si apre un secondo fronte, fatto di opere d’arte, lettere, cimeli, oggetti personali e una collezione che potrebbe avere un valore enorme, non solo economico ma anche simbolico.

I familiari rivendicano in particolare alcuni dipinti del primo Novecento, tra cui due nature morte di Giorgio Morandi, oltre ad altre opere di artisti come De Pisis, Carrà e Rosai. Secondo Pietro e Rosy Mattei, quei quadri appartenevano personalmente a Enrico Mattei e, in quanto beni privati, dovrebbero essere restituiti alla famiglia. La loro tesi è che molte di quelle opere siano state acquistate prima ancora della nascita dell’Eni e che dunque non possano essere considerate patrimonio aziendale.

La controversia è già finita davanti al tribunale civile di Macerata, con una causa per petizione ereditaria che chiama in causa direttamente la società guidata da Claudio Descalzi. Da parte sua, Eni oppone una linea secca: quei beni rientrerebbero nel patrimonio aziendale e la società difenderà questa posizione in giudizio. È uno scontro che ha tutti gli ingredienti di una lunga battaglia: memoria familiare contro ragione sociale, eredità privata contro patrimonio storico-industriale, mito nazionale contro diritti degli eredi.

Un nome che pesa ancora sulla politica italiana

La vicenda del Piano Mattei e quella dei beni contesi all’Eni si incrociano in un punto solo, ma decisivo: il peso ancora enorme del nome di Enrico Mattei nella storia italiana. Non è soltanto un’eredità di famiglia. È un patrimonio simbolico che molti rivendicano, ciascuno a modo proprio. Il governo prova a usarlo per legittimare una strategia internazionale. Gli eredi lo difendono come memoria politica precisa, incompatibile con l’attuale linea di Palazzo Chigi. L’Eni lo custodisce come parte della propria identità fondativa. E intorno a quel nome si muovono ancora oggi potere, memoria, affari, diplomazia e contese giudiziarie.

Per questo la diffida di Pietro Mattei non va letta come una semplice protesta familiare. È un attacco politico vero, che colpisce l’esecutivo su uno dei suoi dossier più identitari. E nello stesso tempo è il segnale che il lascito del fondatore dell’Eni continua a essere un campo di battaglia aperto, dove nessuno accetta che sia un altro a stabilire cosa significhi davvero richiamarsi a lui.

In fondo è proprio questo il paradosso. Giorgia Meloni ha scelto il nome di Enrico Mattei per dare autorevolezza storica a un piano che dovrebbe ridefinire il ruolo dell’Italia in Africa. Ma adesso quel nome, invece di blindare il progetto, rischia di diventare il punto da cui parte la contestazione più dura. Perché quando un cognome pesa così tanto, non basta evocarlo. Bisogna anche convincere chi lo porta ancora che lo si stia usando nel modo giusto.