Un piatto di cozze avanzate, portato a casa dopo un pranzo con i colleghi, entra nella ricostruzione delle ultime giornate di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte per avvelenamento da ricina a Pietracatella, in provincia di Campobasso. A raccontare l’episodio agli investigatori è stato Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime, durante un interrogatorio del 13 gennaio 2026. L’uomo ha ricordato che il 22 dicembre, al termine di un pranzo in trattoria, la moglie aveva chiesto di conservare alcune cozze cucinate per portarle alla figlia, particolarmente golosa di quel piatto. Un dettaglio che potrebbe contribuire a ricostruire gli alimenti consumati dalla famiglia nei giorni in cui si sospetta sia iniziato l’avvelenamento, senza che al momento sia stato accertato alcun collegamento tra le cozze e la presenza della sostanza tossica.
Pietracatella, il racconto di Gianni Di Vita sulle cozze portate a casa
Nel verbale dell’interrogatorio, l’ex sindaco di Pietracatella ha ricostruito un pranzo organizzato il 22 dicembre insieme ad alcuni colleghi, al quale aveva partecipato anche la moglie Antonella.
«In una trattoria del capoluogo molisano il 22 dicembre a pranzo mangiammo molto e alla fine restò un piatto di cozze cucinate. Mia moglie chiese un contenitore per portarle a casa principalmente per mia figlia Sara che ne era golosa», ha dichiarato Di Vita.
L’uomo non ha saputo precisare se le cozze siano state consumate la sera stessa oppure il giorno successivo, il 23 dicembre, una delle date sulle quali si concentra l’attenzione degli investigatori per ricostruire il possibile momento dell’esposizione alla ricina.
Di Vita ha inoltre spiegato che a mangiare il piatto potrebbero essere stati soltanto lui, la moglie e Sara, pur senza poterlo affermare con certezza.
Pietracatella, il mistero dei pasti del 22 e 23 dicembre
La ricostruzione delle abitudini alimentari della famiglia rappresenta uno degli aspetti più complessi dell’indagine. Gli investigatori stanno cercando di stabilire quando e attraverso quale modalità Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita siano entrate in contatto con la ricina, una sostanza altamente tossica.
Gianni Di Vita ha riferito di non ricordare con precisione tutti gli alimenti consumati nei giorni precedenti alla tragedia. Nel caso delle cozze, il problema è aggravato dall’impossibilità di esaminare integralmente gli avanzi.
«I residui dei pasti del 22 e 23 dicembre sono stati poi gettati nella spazzatura e non è stato possibile recuperare tutto», ha spiegato agli inquirenti.
L’assenza di campioni alimentari rende più difficile verificare eventuali contaminazioni. La circostanza che le cozze siano state portate a casa costituisce quindi un elemento della ricostruzione temporale, non la prova che fossero avvelenate o che abbiano provocato la morte delle due donne.
Pietracatella, perquisiti i computer di quattro scuole alla ricerca di informazioni sulla ricina
Parallelamente agli approfondimenti sui pasti, la Procura di Larino ha disposto una serie di accertamenti informatici in quattro istituti scolastici del Molise. L’obiettivo è individuare eventuali ricerche online riguardanti la ricina, le sue caratteristiche e gli effetti dell’esposizione alla sostanza.
Gli investigatori stanno esaminando numerosi computer per verificare se qualcuno abbia consultato o scaricato materiale potenzialmente rilevante per l’inchiesta. L’attenzione riguarda anche la provenienza delle connessioni e gli indirizzi IP associati alle attività informatiche.
Il 14 ottobre gli agenti della Squadra mobile hanno effettuato controlli al liceo scientifico di Riccia, dove insegna un’amica di Gianni Di Vita. Il giorno precedente gli accertamenti avevano interessato l’Istituto agrario dello stesso comune, dove lavora il marito della docente, impiegato come tecnico informatico.
Le verifiche sono state programmate anche al liceo classico di Campobasso, frequentato da Sara e dalla sorella Alice, e al liceo delle scienze umane di Casacalenda, dove insegna una cugina di Di Vita.
Pietracatella, le indagini sulla ricina tra tracce digitali e testimonianze
Il lavoro degli investigatori procede dunque su due fronti. Da una parte vengono ricostruiti i movimenti, i pasti e i contatti della famiglia nei giorni precedenti alla tragedia; dall’altra si cercano eventuali elementi informatici che possano contribuire a individuare l’origine della sostanza tossica.
Le perquisizioni negli istituti scolastici non comportano automaticamente responsabilità per le persone che vi lavorano o che li frequentano. Anche l’eventuale individuazione di ricerche online sulla ricina dovrà essere valutata nel contesto degli altri elementi investigativi.
Resta soprattutto da chiarire come la sostanza sia stata somministrata alle due vittime e se l’avvelenamento sia avvenuto attraverso un alimento, una bevanda o un’altra modalità di esposizione.
Il racconto delle cozze portate a casa dopo il pranzo del 22 dicembre aggiunge un tassello alla cronologia degli ultimi giorni di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Ma per trasformare quel ricordo in un elemento probatorio serviranno riscontri che, sulla base delle informazioni attualmente disponibili, non risultano ancora acquisiti.







