Gianni Di Vita ha mostrato grande serenità mentre allungava il passo all’uscita dalla questura di Campobasso intorno alle 13 di ieri 29 settembre. Alle domande incalzanti dei cronisti che gli chiedevano se volesse giustizia, l’ex primo cittadino di Pietracatella, marito e padre delle due vittime della ricina, ha risposto con un lieve sorriso amaro prima di salire sull’automobile di un amico e allontanarsi.
L’uomo è poi ricomparso sei ore più tardi per consegnare due computer agli investigatori, per poi ripartire subito verso Pietracatella, dove è tornato a stabilirsi insieme alla primogenita Alice. Per un periodo padre e figlia avevano trovato ospitalità a Campobasso da Laura, la cugina di Gianni ascoltata almeno sei volte dagli inquirenti, che risiede proprio di fronte alla palazzina dei Di Vita in via del Risorgimento. La presenza costante della stampa davanti all’abitazione aveva spinto la famiglia al trasferimento temporaneo. Nel frattempo l’ex sindaco ha ripreso da mesi l’attività di commercialista.
Il profilo politico e le ansie dell’ex sindaco Di Vita
La figura di Gianni Di Vita è molto nota nel territorio: tra il 2006 e il 2014 ha ricoperto la carica di sindaco di Pietracatella, sempre tra le file del Pd, svolgendo anche il ruolo di tesoriere regionale del partito. Le mille chiamate e le continue questioni gestite sia da amministratore sia da professionista gli procuravano forti pressioni lavorative. Proprio a causa di queste sollecitazioni l’uomo ha raccontato a una psicologa dell’ospedale Spallanzani di Roma di essere stato in cura da uno psichiatra per problematiche d’ansia a fasi alterne da circa quindici anni.
L’ex sindaco è stato ricoverato in via precauzionale presso la struttura romana specializzata in malattie infettive subito dopo la scomparsa della moglie Antonella e della figlia Sara. Questa testimonianza compare all’interno della relazione allegata alla maxi perizia di circa ottocento pagine redatta sulle autopsie delle due vittime.
Le contraddizioni sui verbali e la cena del 23 dicembre
L’indagine della Squadra Mobile procedeva inizialmente con l’ipotesi di reato per omicidio colposo. La sera del 28, poche ore dopo la morte della moglie, l’ex sindaco si dichiarava estremamente provato dagli eventi. Interrogato su cosa avessero mangiato, l’uomo spiegava di ricordare soltanto la cena del 23 dicembre, unico momento in cui avevano cenato insieme lui, Antonella e Sara, senza la primogenita Alice.
In quella prima occasione affermava di non ricordare assolutamente cosa avesse preparato la moglie. Tuttavia, durante i colloqui sostenuti tra il 30 dicembre e il 7 gennaio con la psicologa dello Spallanzani, l’uomo forniva indicazioni più precise, collegando i sintomi di vomito insorti in contemporanea alla moglie e alla secondogenita alla consumazione di un pasto la sera del 23, comprendente una giardiniera di produzione domestica. Di fronte alla Mobile, l’8 gennaio, Di Vita faceva un passo indietro sostenendo di non ricordare nulla di portato in tavola quella sera. Solo diversi mesi più tardi, sollecitato dagli agenti sulle evidenti discrepanze, tornava a menzionare la giardiniera, aggiungendo anche insaccati e cozze.
Il sostegno del paese e l’abbraccio con il suocero
A Pietracatella, piccolo borgo arroccato a circa seicento metri d’altitudine sulla valle del Tappino, l’intera comunità difende l’ex sindaco a spada tratta. Un’amica cara dell’uomo definisce inimmaginabile qualsiasi associazione tra la sua figura e il tragico evento. Inoltre, in paese si racconta che recentemente Di Vita si sia recato a fare visita a Salvatore, il padre della moglie Antonella, dopo diversi mesi di lontananza. I testimoni riferiscono che i due si sarebbero stretti in un lungo e commosso abbraccio.







