La morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara, avvelenate con la ricina a Pietracatella, potrebbe essere il risultato di un’azione deliberata e non di un tragico incidente. A sostenere questa interpretazione è l’infettivologo Matteo Bassetti, che ha analizzato pubblicamente gli elementi scientifici emersi dall’inchiesta, soffermandosi soprattutto sulla quantità di sostanza tossica individuata nello stomaco delle vittime. Secondo il medico, i dati disponibili renderebbero incompatibile l’avvelenamento con un’assunzione involontaria.
Le dichiarazioni arrivano mentre la Squadra Mobile di Campobasso continua gli accertamenti informatici nelle scuole della zona e gli investigatori valutano diverse ipotesi sul possibile bersaglio dell’avvelenamento. Tra queste figura anche la possibilità che il veleno fosse destinato a Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, e che le due donne siano state colpite al suo posto.
Bassetti: «Non può essere stato un incidente»
Intervenendo durante la trasmissione Dentro la notizia, Matteo Bassetti ha affrontato il tema dell’assunzione accidentale della ricina, una delle ipotesi prese in considerazione nel corso delle indagini.
L’infettivologo ha concentrato la propria valutazione sulla quantità di tossina individuata nell’organismo delle vittime. «È stata ritrovata una quantità di ricina all’interno dello stomaco che non conferma l’accidentale», ha spiegato, esprimendo forti dubbi sulla possibilità che Antonella e Sara abbiano ingerito involontariamente la sostanza.
Bassetti ha poi ribadito la propria posizione con parole ancora più nette: «No no no, accidentale no, perché sono quantità talmente grandi che sono state messe per forza per avvelenare qualcuno».
Una valutazione che rafforza l’ipotesi dell’omicidio volontario, sulla quale si concentrano gli investigatori. Resta però da stabilire chi abbia materialmente somministrato il veleno, attraverso quale modalità e soprattutto a chi fosse destinato.
Il problema degli anticorpi e dei tempi dell’avvelenamento
Un altro aspetto affrontato da Matteo Bassetti riguarda la difficoltà di ricostruire con precisione il momento dell’esposizione alla ricina.
La sostanza, ha spiegato il medico, rimane rilevabile nel sangue per un periodo limitato. Gli accertamenti possono tuttavia individuare gli anticorpi sviluppati dall’organismo in seguito al contatto con la tossina, come avvenuto attraverso le analisi effettuate da specialisti tedeschi.
A differenza di altre risposte immunitarie, però, gli anticorpi legati alla ricina possono diminuire fino a diventare non rilevabili. Questo rende particolarmente complessa la ricostruzione retrospettiva di un eventuale avvelenamento.
«Potremmo aver fatto le analisi a qualcuno tre mesi dopo e non trovarli, ma non significa che non c’erano tre mesi prima», ha osservato Bassetti.
Il chiarimento assume rilievo anche rispetto alle persone che hanno manifestato sintomi compatibili con un’intossicazione, ma per le quali gli esami non hanno evidenziato la presenza della sostanza.
Ipotesi che il vero bersaglio fosse Gianni Di Vita
Tra le piste valutate nell’inchiesta sulla ricina a Pietracatella emerge anche quella di un avvelenamento destinato a una persona diversa dalle due vittime.
Secondo questa ricostruzione, il bersaglio potrebbe essere stato Gianni Di Vita, mentre Antonella Di Ielsi e Sara avrebbero ingerito il veleno senza essere le destinatarie dell’azione.
Gli investigatori stanno cercando di comprendere se possano esistere motivi personali o contrasti pregressi capaci di spiegare un eventuale tentativo di colpire l’uomo. Tra le ipotesi circolate figurano tensioni legate a possibili relazioni extraconiugali oppure a promesse non mantenute durante il periodo nel quale Di Vita ricopriva la carica di sindaco di Pietracatella.
Si tratta di scenari investigativi ancora da chiarire, che dovranno trovare eventuali riscontri concreti. La ricostruzione dell’effettiva destinazione del veleno rimane infatti uno degli interrogativi fondamentali dell’inchiesta.
I dubbi di Roberta Bruzzone sui tre ricoveri
Sulla vicenda è intervenuta anche la criminologa Roberta Bruzzone, che ha richiamato l’attenzione su una coincidenza temporale riguardante i sintomi manifestati dai componenti della famiglia.
Tre persone sarebbero finite in ospedale con disturbi simili, ma soltanto Antonella e Sara sono risultate avvelenate dalla ricina. Gianni Di Vita, invece, avrebbe manifestato un malessere senza che gli accertamenti confermassero l’intossicazione, recuperando in tempi relativamente rapidi.
«Quello che non mi convince è che ci sono tre persone che vanno in ospedale e che manifestano sintomi fisici simili: due oggi sappiamo che erano state avvelenate, una no», ha dichiarato Bruzzone.
La criminologa ha definito questa contemporaneità una «coincidenza temporale straordinaria», chiedendo di approfondire le circostanze nelle quali si sono manifestati i disturbi.
Le sue osservazioni si aggiungono alle valutazioni scientifiche di Bassetti, pur affrontando aspetti differenti: da una parte la quantità di veleno riscontrata nelle vittime, dall’altra la ricostruzione dei malesseri e dei ricoveri.
Le indagini sui computer delle scuole
Nel frattempo proseguono gli accertamenti della Squadra Mobile di Campobasso. Gli investigatori hanno concluso una prima ispezione all’istituto agrario di Riccia, dove sono stati acquisiti dati informatici da numerosi computer.
Le verifiche interesseranno complessivamente oltre 160 dispositivi distribuiti in quattro scuole, con l’obiettivo di individuare eventuali ricerche sulla ricina e su altri termini collegati alla sostanza.
Gli approfondimenti riguardano anche persone vicine alla famiglia Di Vita che lavorano negli istituti interessati, pur non risultando indagate.
La ricerca di tracce informatiche potrebbe aiutare gli inquirenti a stabilire chi avesse acquisito informazioni sul veleno e se queste conoscenze possano essere collegate alla morte delle due donne.
La valutazione di Bassetti sull’improbabilità dell’incidente rende ancora più importante chiarire la dinamica dell’avvelenamento. Gli investigatori devono ricostruire non soltanto come la ricina sia stata somministrata, ma anche quale fosse il vero obiettivo di chi l’ha utilizzata.







