A trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, il nome di Paolo Borsellino torna al centro di uno scontro giudiziario che coinvolge direttamente la sua famiglia. Da una parte ci sono i tre figli del magistrato, Lucia, Manfredi e Fiammetta, rappresentati dall’avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia. Dall’altra il fratello Salvatore Borsellino, assistito dal legale Fabio Repici. A dividerli è la posizione di Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia ed ex collaboratore di Silvio Berlusconi, condannato definitivamente a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, per fatti accertati fino al 1992.
Il caso nasce dall’indagine sui possibili mandanti esterni della strage del 19 luglio 1992, nella quale morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Dell’Utri figura tra gli indagati, ma la Procura di Caltanissetta ha chiesto l’archiviazione. Una richiesta condivisa da Trizzino e contestata da Repici, secondo il quale restano elementi fondamentali da approfondire.
I figli di Paolo Borsellino e la difesa di Marcello Dell’Utri
Durante l’udienza del 15 giugno 2026 davanti al giudice Santi Bologna, Fabio Trizzino ha assunto una posizione netta. «Io sosterrò con forza l’implausibilità assoluta di un coinvolgimento di Marcello Dell’Utri, e quindi di Silvio Berlusconi, rispetto all’esecuzione della strage di Capaci, e in particolare della strage di via D’Amelio», ha dichiarato il legale dei figli di Paolo Borsellino.
Trizzino ha contestato anche l’interpretazione di una celebre intervista rilasciata dal magistrato il 21 maggio 1992 ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean-Pierre Moscardo. Secondo l’avvocato, quell’intervista sarebbe stata oggetto di una grave alterazione del significato delle parole pronunciate da Borsellino.
«Borsellino non era infallibile», ha aggiunto Trizzino, sostenendo che il magistrato non si occupasse personalmente delle indagini su Dell’Utri, Berlusconi e Vittorio Mangano, l’uomo legato a Cosa nostra che aveva lavorato nella villa di Arcore.
I figli di Paolo Borsellino e lo scontro con lo zio Salvatore
La posizione del legale dei figli di Paolo Borsellino è radicalmente diversa da quella dell’avvocato Fabio Repici, che rappresenta Salvatore Borsellino. Quest’ultimo si oppone all’archiviazione perché ritiene insufficienti gli accertamenti compiuti dalla Procura.
Secondo Repici, gli investigatori avrebbero dovuto approfondire documenti, testimonianze e intercettazioni già emersi in altri procedimenti giudiziari, comprese le dichiarazioni del boss Giuseppe Graviano. Il punto centrale riguarda la possibilità che l’intervista del 1992, nella quale Borsellino parlava di indagini su Dell’Utri e Mangano, fosse conosciuta negli ambienti vicini a Berlusconi prima della sua diffusione pubblica.
Per Repici, la conoscenza anticipata di quelle dichiarazioni avrebbe potuto rappresentare un problema per il progetto politico che avrebbe portato alla nascita di Forza Italia. La Procura sostiene invece che non emergano collegamenti tra l’accelerazione della strage e gli interessi della Fininvest per l’acquisto del filmato, anche perché le trattative documentate risalirebbero al 1998.
I figli di Paolo Borsellino e l’intervista su Berlusconi e Dell’Utri
L’intervista del 21 maggio 1992 costituisce uno dei passaggi più controversi della vicenda. Paolo Borsellino, interrogato sui rapporti tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri, dichiarò: «So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano». Precisò però di non conoscere i particolari di quegli accertamenti e di non essersene occupato personalmente.
Parlando di alcune intercettazioni nelle quali comparivano riferimenti a cavalli, Borsellino spiegò che, nel linguaggio utilizzato dagli interlocutori, il termine poteva indicare sostanze stupefacenti. L’intervista venne resa pubblica in Italia soltanto nell’aprile 1994, dopo la vittoria elettorale di Berlusconi.
Il contrasto tra i figli di Paolo Borsellino e lo zio Salvatore riguarda dunque anche il valore da attribuire a quelle parole e la necessità di ulteriori indagini. Il giudice Santi Bologna è chiamato a decidere se accogliere la richiesta di archiviazione oppure disporre nuovi accertamenti.
Il premio all’ex colonnello del Ros e le parole contro Salvatore Borsellino
A rendere ancora più delicata la vicenda è la partecipazione di Trizzino al comitato d’onore del premio dedicato ai magistrati Rosario Livatino, Antonino Saetta e Gaetano Costa. Il 2 ottobre, a Roma, il riconoscimento è stato assegnato anche all’ex colonnello del Ros Giuseppe De Donno, assolto definitivamente nel processo sulla trattativa Stato-mafia insieme a Mario Mori, Antonio Subranni e Marcello Dell’Utri.
Presidente del comitato è Angelo Jannone, ex comandante dei carabinieri di Corleone, che in un suo articolo ha criticato duramente Salvatore Borsellino per l’impegno pubblico sulla scomparsa dell’agenda rossa del fratello, arrivando a sostenere che da anni eserciterebbe la «professione di fratello».
Una definizione destinata ad alimentare le polemiche attorno a una vicenda ancora segnata da interrogativi irrisolti. L’agenda rossa di Paolo Borsellino non è mai stata ritrovata e il suo contenuto resta sconosciuto. Nel frattempo, il confronto tra i familiari del magistrato assassinato e le diverse interpretazioni delle responsabilità nelle stragi continua a rappresentare uno dei capitoli più controversi della storia giudiziaria italiana.







