A trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, Salvatore Borsellino torna a indicare una ragione precisa dietro l’assassinio del fratello Paolo. Non soltanto la trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, non soltanto il dossier mafia-appalti, non soltanto l’azione vendicativa della mafia dopo la strage di Capaci. Secondo il fratello del magistrato, Paolo Borsellino morì perché nei cinquantasette giorni trascorsi tra il 23 maggio e il 19 luglio 1992 aveva scoperto qualcosa di troppo grande e troppo pericoloso.
Intervistato da Diecimedia, Salvatore Borsellino ha sostenuto che il giudice stesse raccogliendo informazioni capaci di collegare la strage di Capaci non soltanto a Cosa nostra, ma anche ad ambienti dell’eversione nera e a figure esterne all’organizzazione mafiosa. Una ricostruzione che, nelle sue parole, conduce direttamente a Stefano Delle Chiaie e ad alcuni uomini che Paolo Borsellino avrebbe conosciuto negli anni della giovinezza.
«Paolo viene ucciso per evitare che testimoniasse che qualcuno dei suoi compagni di gioventù aveva partecipato insieme con Stefano Delle Chiaie alla preparazione della strage di Capaci», ha dichiarato Salvatore Borsellino.
Una frase pesantissima, che il fratello del giudice inserisce in una lettura più ampia delle stragi del 1992. Una lettura nella quale Cosa nostra conserva un ruolo centrale, ma non agisce da sola. Accanto alla mafia, secondo questa interpretazione, avrebbero operato soggetti provenienti da mondi diversi: apparati deviati, ambienti politici, servizi segreti ed eversione nera.
I cinquantasette giorni tra Capaci e via D’Amelio
Il cuore della ricostruzione di Salvatore Borsellino sta in quei cinquantasette giorni che separarono l’assassinio di Giovanni Falcone da quello di Paolo Borsellino. Un periodo brevissimo, ma decisivo, durante il quale il magistrato lavorò senza sosta, incontrò colleghi, parlò con investigatori e cercò di comprendere che cosa ci fosse davvero dietro l’attentato di Capaci.
Il 23 maggio 1992, sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, un’esplosione devastò il tratto di strada sul quale viaggiavano Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Morirono anche Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Da quel momento Paolo Borsellino capì, secondo il fratello, che la propria vita aveva ormai una scadenza.
Non rallentò. Al contrario, accelerò.
Salvatore Borsellino sostiene che in quelle settimane Paolo avesse raccolto informazioni nuove e che intendesse riferirle alla Procura di Caltanissetta, competente sulle indagini per la strage di Capaci. Proprio questa volontà avrebbe reso urgente la sua eliminazione.
Il fratello del magistrato ricorda inoltre un elemento che considera incomprensibile: Paolo Borsellino non venne mai convocato dai magistrati nisseni prima della sua morte, nonostante fosse stato uno dei colleghi più vicini a Falcone e, secondo Salvatore, l’unico ad avere letto il diario dell’amico quando questi era ancora in vita.
Quel mancato ascolto resta, nella sua lettura, uno dei grandi vuoti dell’intera vicenda. Paolo Borsellino avrebbe potuto raccontare cosa aveva appreso da Falcone, quali timori il giudice avesse maturato e quali piste considerasse più pericolose. Non ne ebbe il tempo.
«Paolo aveva scoperto chi aveva partecipato alla preparazione di Capaci»
La tesi di Salvatore Borsellino non si limita a sostenere che il fratello avesse intuito la presenza di interessi esterni a Cosa nostra. Entra in un territorio ancora più delicato: quello dei rapporti tra mafia ed eversione nera.
Il riferimento a Stefano Delle Chiaie, storico esponente dell’estrema destra e figura centrale nelle trame nere della Prima Repubblica, colloca la strage di Capaci dentro uno scenario diverso da quello di un attentato esclusivamente mafioso. Secondo Salvatore Borsellino, Paolo avrebbe scoperto che alcuni suoi conoscenti di gioventù avevano preso parte, insieme a Delle Chiaie, alla preparazione dell’attentato.
È una ricostruzione che non coincide con una verità giudiziaria definitiva e che Salvatore Borsellino presenta come la propria convinzione maturata nel corso degli anni. Il suo ragionamento, tuttavia, parte da un punto preciso: la dinamica delle stragi del 1992, per dimensioni, capacità organizzativa e conseguenze politiche, non può essere letta soltanto come una guerra dichiarata da Cosa nostra allo Stato.
Dietro quelle bombe, sostiene, si mossero interessi più vasti.
L’obiettivo non sarebbe stato soltanto colpire due magistrati simbolo, ma intervenire sugli equilibri politici del Paese, condizionare lo Stato, aprire una trattativa e impedire che alcune verità emergessero.
Paolo Borsellino, secondo il fratello, arrivò troppo vicino a quel punto di contatto. Per questo qualcuno decise di fermarlo prima che potesse parlare.
Le accuse alla Commissione Antimafia
Nel corso dell’intervista Salvatore Borsellino ha rivolto parole durissime anche contro l’attuale Commissione parlamentare Antimafia. Non una critica generica, ma l’accusa di contribuire a una nuova operazione di rimozione.
«È la stagione più nera perché dai depistaggi di Stato si è arrivati a un vero e proprio depistaggio istituzionale che sta portando avanti una Commissione parlamentare Antimafia che vuole cancellare la presenza dei servizi nelle stragi del nostro Paese e la presenza dell’eversione nera che, da Piazza Fontana in poi, ha contraddistinto la storia d’Italia», ha affermato.
Secondo Salvatore Borsellino, la Commissione starebbe riducendo la strage di via D’Amelio a una conseguenza del dossier mafia-appalti. Una lettura che egli contesta radicalmente perché, a suo giudizio, non spiega né l’accelerazione dell’attentato né la necessità di uccidere Paolo in quel preciso momento.
Il dossier mafia-appalti resta uno dei filoni più discussi attorno all’omicidio di Borsellino. Riguardava un’indagine sui rapporti tra Cosa nostra, imprese e grandi lavori pubblici. Nel tempo diversi osservatori hanno sostenuto che il magistrato fosse diventato un ostacolo proprio perché intenzionato a rilanciare quel fascicolo.
Salvatore Borsellino non nega la rilevanza del dossier, ma rifiuta che possa rappresentare l’unica spiegazione. A suo avviso, concentrarsi soltanto su quel punto significa oscurare il ruolo degli apparati e dell’eversione nera.
La trattativa Stato-mafia non basta più a spiegare tutto
Per anni Salvatore Borsellino ha indicato nella trattativa Stato-mafia il movente principale dell’assassinio del fratello. Oggi riconosce che quella trattativa ci fu, ma ritiene che non basti più a spiegare ciò che accadde.
«Per lungo tempo ho pensato che l’assassinio di mio fratello fosse stato perpetrato per via della trattativa Stato-mafia, che c’è effettivamente stata. Oggi invece ritengo che mio fratello sia stato ucciso per impedirgli di rivelare all’autorità giudiziaria quello che aveva scoperto in quei giorni», ha dichiarato.
La differenza è sostanziale.
Nella prima lettura, Paolo Borsellino diventa un ostacolo perché contrario a qualsiasi negoziato con Cosa nostra. Nella seconda, il magistrato muore perché possiede informazioni concrete sulle forze che avrebbero contribuito alla preparazione delle stragi.
Non più soltanto un giudice capace di opporsi a un accordo illegittimo, ma un testimone scomodo che avrebbe potuto indicare nomi, legami e responsabilità.
Secondo Salvatore Borsellino, proprio questa prospettiva spiega la fretta con la quale gli attentatori prepararono la strage di via D’Amelio. Paolo doveva morire prima di essere ascoltato, prima di mettere a verbale ciò che sapeva e prima che quelle informazioni entrassero formalmente in un fascicolo giudiziario.
Il mistero dell’agenda rossa
In questa ricostruzione l’agenda rossa assume un ruolo centrale. Paolo Borsellino la portava sempre con sé e vi annotava appuntamenti, riflessioni e informazioni riservate. Dopo l’esplosione del 19 luglio 1992, quell’agenda sparì dalla borsa del magistrato e non venne mai ritrovata.
Da allora rappresenta uno dei simboli più oscuri della strage.
Le immagini girate subito dopo l’attentato mostrarono la borsa di Borsellino nelle mani di alcuni uomini presenti in via D’Amelio. La borsa tornò poi tra i reperti, ma senza l’agenda. Nessuno ha mai chiarito in modo definitivo chi l’abbia prelevata, dove sia finita e quali appunti contenesse.
Salvatore Borsellino non ha dubbi sul suo valore.
«Mio fratello viene ucciso per impedirgli di raccontare queste cose a Caltanissetta e, a quel punto, diventa indispensabile fare sparire la sua agenda. Quell’agenda rossa è la scatola nera della strage: se venisse ritrovata, la verità non potrebbe più essere nascosta», ha affermato.
L’immagine della scatola nera rende perfettamente il significato che il fratello del giudice attribuisce a quell’oggetto. Non un semplice taccuino, ma il luogo nel quale Paolo avrebbe custodito i frammenti della verità raccolta dopo Capaci.
Se davvero il magistrato avesse annotato nomi, circostanze e collegamenti, chi organizzò la strage avrebbe avuto un interesse immediato a far sparire quelle pagine.
Una verità che continua a dividere
Le parole di Salvatore Borsellino non costituiscono una sentenza e non possono sostituire il lavoro della magistratura. Rappresentano però la convinzione maturata da un uomo che da oltre trent’anni combatte contro depistaggi, reticenze e verità parziali.
Sulle stragi di Capaci e via D’Amelio i processi hanno accertato le responsabilità di Cosa nostra, ma non hanno chiuso ogni interrogativo. Restano aperti i dubbi sui mandanti esterni, sul ruolo degli apparati, sulla sparizione dell’agenda rossa e sulla costruzione del falso pentito Vincenzo Scarantino, al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana.
Salvatore Borsellino torna oggi a indicare una pista precisa: Paolo aveva scoperto qualcosa sulla preparazione della strage di Capaci e stava per raccontarlo. Per impedirglielo, qualcuno accelerò il piano di morte.
Il 19 luglio 1992, in via D’Amelio, l’autobomba uccise Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Con loro, secondo Salvatore Borsellino, qualcuno tentò di cancellare anche ciò che il magistrato aveva compreso.
L’agenda rossa non è mai tornata. E proprio quel vuoto continua, ancora oggi, a pesare sulla storia della Repubblica.







