La propaganda russa continua a fare rumore, ma sempre meno ascolti. E forse è proprio questo il punto da cui bisogna partire per capire l’ennesimo sfogo di Vladimir Soloviev contro Giorgia Meloni e, più in generale, contro l’Italia. Perché quando un megafono perde potenza in casa propria, di solito prova a compensare alzando il volume. È quello che sembra stia accadendo ai più noti trombettieri del Cremlino, sempre più aggressivi nei toni e sempre meno centrali nel panorama televisivo russo.
Secondo l’analisi degli ascolti televisivi relativi al 2025, una parte consistente dei programmi che in Occidente vengono considerati il cuore della macchina propagandistica di Mosca non rientra più nemmeno tra i cento show più popolari del Paese. È un dato che racconta molto più di una semplice flessione d’audience. Racconta l’usura di un linguaggio, la stanchezza di una formula, forse perfino la perdita di efficacia di un sistema che per anni ha martellato l’opinione pubblica con lo stesso copione: minacce, invettive, nemici esterni, guerra permanente.
Soloviev attacca Meloni, ma in Russia non incanta più
Il caso più emblematico è proprio quello di Vladimir Soloviev, volto simbolo della propaganda televisiva russa. Il suo talk-show quotidiano continua ad andare in onda con la consueta carica di aggressività, ma gli ascolti si sono visibilmente assottigliati. Le puntate feriali faticano, quelle domenicali restano ancora in piedi, ma senza la forza d’urto di un tempo. Il suo share sarebbe sceso dal 2% di inizio 2025 all’1,6% degli ultimi mesi, su una platea potenziale enorme. Tradotto: milioni di spettatori in meno rispetto al passato, e soprattutto un peso politico-mediatico che non è più quello dei giorni in cui l’invasione dell’Ucraina monopolizzava tutto.
Nel 2022, all’inizio della guerra, quei numeri erano ben diversi. Oggi invece la sensazione è che il pubblico russo, almeno in parte, cominci a trovare ripetitivo e perfino caricaturale quel repertorio fatto di minacce nucleari contro l’Europa, insulti ai leader occidentali e scenari apocalittici recitati con tono da varietà militare. Quando Soloviev se la prende con Giorgia Meloni, quindi, non sta parlando soltanto all’Italia. Sta parlando anche alla Russia, cercando di dimostrare di essere ancora utile, ancora temuto, ancora capace di far rumore.
Il problema è che quel rumore, in patria, non scuote più come prima. E non sembra un caso che l’intemerata contro la presidente del Consiglio italiana arrivi proprio in una fase di appannamento. Pochi giorni prima, lo stesso trattamento era toccato a Emmanuel Macron, bersaglio di allusioni volgari e insinuazioni personali. Il copione è sempre lo stesso: se il messaggio non convince più, allora bisogna esasperarlo.
La propaganda tossica e il gioco delle parti al Cremlino
Dentro questo meccanismo si intravede anche il solito doppio binario del potere russo. Da una parte gli agitatori di professione, incaricati di sparare le frasi più estreme. Dall’altra il vertice politico, che può così permettersi di apparire più misurato, quasi ragionevole per contrasto. È un gioco vecchio, ma ancora funzionale. Soloviev urla, Zakharova ridimensiona parlando di “opinioni personali”, i giornali più vicini ai falchi evitano di trasformare la polemica in un caso istituzionale e Putin può restare sullo sfondo, protetto dalla sua abituale ambiguità.
In questo schema il ruolo di Soloviev è chiarissimo: alzare l’asticella del linguaggio per rendere più digeribile, quasi moderata, la posizione ufficiale del Cremlino. È il classico meccanismo del cane da attacco che serve a far sembrare sobrio il padrone. Non è un caso che Maria Zakharova abbia liquidato gli insulti contro Meloni come semplici opinioni personali. Un modo per non smentire davvero, ma neppure prendersi formalmente il peso politico di quelle parole.
A differenza di Soloviev, l’unico propagandista che ancora conserva un peso televisivo consistente sembra essere Dmitrij Kiselev, volto storico della domenica russa. Il suo resta un prodotto di propaganda, ma con un profilo differente: meno cabaret isterico, più liturgia di sistema. Kiselev viene percepito non come un urlatore qualsiasi, ma come una voce più organica al potere, quasi una sua emanazione diretta. Anche i suoi ascolti però segnano una flessione. Il che significa che il problema non riguarda un singolo personaggio, ma la tenuta complessiva del racconto ufficiale.
Italia nel mirino: da Lavrov a Zakharova, gli attacchi non si fermano
Se qualcuno in Italia si illudeva di godere ancora di uno statuto speciale agli occhi di Mosca, gli ultimi mesi hanno fatto piazza pulita di ogni ambiguità. Il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha definito l’Italia un “nemico”, poi ha inserito il nome del presidente Sergio Mattarella tra gli esempi di linguaggio ostile alla Russia, mentre Zakharova è arrivata ad auspicare il “crollo dell’Italia intera” se Roma continuerà a sostenere Kiev. Non esattamente dettagli folkloristici, ma tasselli di un’offensiva verbale costante.
È qui che il gioco del Cremlino diventa particolarmente tossico. Da una parte si lasciano correre le parole più violente. Dall’altra si conserva una finta linea di affetto nei confronti della società italiana, come quando Putin parla di simpatia reciproca tra i due popoli. Il messaggio implicito è sempre quello: il problema non siete voi italiani, il problema sono i vostri governanti. Una narrazione utile a tenere aperto un canale con l’opinione pubblica europea mentre si colpiscono le istituzioni.
Nel caso dell’Italia, però, questa strategia si è fatta sempre meno credibile. Gli attacchi contro Meloni, Mattarella e la linea italiana sull’Ucraina dimostrano che l’argine è saltato da tempo. E il fatto che in Russia quelle uscite non suscitino nemmeno troppo clamore conferma un’altra verità: la propaganda anti-italiana non serve più a mobilitare le masse, ma a presidiare uno spazio interno di fedeltà e intimidazione.
Meno share, più censura: il segnale che inquieta davvero
Il dato più interessante non è nemmeno il calo di Soloviev in sé. È quello che viene dopo. Se i talk-show propagandistici perdono presa, il sistema non si liberalizza: si irrigidisce. E infatti mentre la televisione bellicista si svuota, cresce la pressione contro quel poco di informazione indipendente rimasta in Russia, contro gli editori, gli scrittori, le voci fuori linea e perfino contro le vpn che permettono di accedere a siti stranieri o non controllati dal potere.
È un segnale classico dei sistemi in difficoltà. Quando la propaganda non basta più a convincere, entra in scena la censura per impedire il confronto. Ed è qui che lo scontro interno al Cremlino tra falchi e putiniani cosiddetti moderati diventa decisivo. I primi spingono per una nuova stretta, per un’ulteriore militarizzazione del discorso pubblico, per il giro di vite definitivo su internet e sulla stampa residua. I secondi provano a tenere un equilibrio, non certo per amore del pluralismo, ma per evitare che l’eccesso di repressione trasformi la stanchezza in rigetto.
Il punto, però, è che ogni regime che comincia a urlare più forte mentre perde pubblico mostra una crepa. Non necessariamente imminente, non automaticamente fatale, ma reale. Soloviev che insulta Meloni mentre scende negli ascolti è la fotografia perfetta di questa fase: meno credibilità, più aggressività; meno adesione spontanea, più bisogno di intimidire; meno consenso autentico, più teatro isterico. È la parabola di una propaganda che non detta più il ritmo come prima e che proprio per questo deve gridare ancora di più.
L’Italia, in questa storia, non è soltanto un bersaglio esterno. È anche uno specchio. Perché osservando da qui gli strilloni di Putin si capisce qualcosa di importante sulla Russia di oggi: il problema non è che parlino troppo. È che sempre più persone, persino lì, cominciano a prenderli meno sul serio. E quando succede, i regimi di solito non si fanno più morbidi. Si fanno più nervosi.







