Shakira lancia “Dai Dai”, l’inno dei Mondiali 2026 con Burna Boy: la doppia beffa per l’Italia fuori dalla festa

Shakira nel video di Dai dai

Questo mancato Mondiale continua a fare male. E forse fa ancora più male adesso, con Shakira che torna sulla scena calcistica globale e lancia “Dai Dai”, il nuovo inno della Coppa del Mondo 2026 insieme a Burna Boy. Dopo “Waka Waka”, tormentone planetario del 2010, la popstar colombiana prova di nuovo a trasformare il calcio in un coro universale. Solo che stavolta, almeno per l’Italia, il coro ha il sapore amaro della presa in giro involontaria. Perché quel titolo, “Dai Dai”, sembra uscito direttamente dalla pancia dei tifosi azzurri rimasti ancora una volta fuori dalla festa.

Shakira torna ai Mondiali con “Dai Dai”

Il brano nasce per accompagnare il Mondiale americano, quello che si giocherà tra Stati Uniti, Canada e Messico e che promette stadi pieni, spettacolo, marketing globale e l’ennesima estate calcistica da esportazione. Shakira conosce bene questo terreno. Con “Waka Waka” non aveva firmato soltanto una canzone, ma un pezzo di memoria collettiva. Per questo il suo ritorno pesa di più: ogni nota viene ascoltata con il confronto già acceso, ogni immagine viene sezionata, ogni scelta diventa simbolo.

Il ritornello che sembra parlare agli italiani

La parte che ha fatto esplodere i social è il ritornello dell’anteprima: “Dai, dai, we go, dale, ale, let’s go”. Una formula costruita per funzionare ovunque, tra inglese, spagnolo e incitamenti da stadio. Ma in mezzo a quel miscuglio internazionale spunta proprio l’italiano. “Dai dai”. Due parole semplici, quotidiane, quasi banali. Eppure, per chi ha visto l’Italia restare fuori dal Mondiale, suonano come una carezza sbagliata. O come uno sfottò perfetto proprio perché forse non voleva esserlo.

La doppia beffa per l’Italia

“Dai dai” è ciò che diciamo quando proviamo a crederci ancora. Quando una partita sembra persa ma resta un pallone da buttare in area. Quando una Nazionale arranca, sbaglia, si complica la vita e qualcuno, davanti alla tv, continua a ripetere che magari si può ancora raddrizzare tutto. È l’incoraggiamento disperato prima della delusione. E sentirlo diventare titolo dell’inno mondiale, proprio mentre gli azzurri restano fuori, ha qualcosa di crudelmente cinematografico.

L’ombra comica di René Ferretti

C’è poi un cortocircuito tutto italiano che rende la storia ancora più irresistibile: “dai dai” richiama anche René Ferretti, il regista interpretato da Francesco Pannofino in “Boris”, maestro assoluto della sopravvivenza nel disastro organizzato. Quel “dai dai” gridato per trascinare troupe, attori e se stesso dentro la palude dell’intrattenimento-spazzatura diventa, per assurdo, il commento perfetto alla nuova malinconia calcistica italiana. Il mondo canta il Mondiale. Noi ci aggrappiamo a Boris. Non sarà poetico, ma almeno è coerente.

Il video e quei palloni che riaprono la ferita

A rendere tutto ancora più sospetto, o almeno più simbolico, ci pensano i dettagli del video. Shakira canta e balla nello stadio Maracanã di Rio de Janeiro, luogo sacro e doloroso del calcio mondiale. Nell’anteprima compaiono anche i palloni ufficiali delle edizioni 2006, 2010 e 2014: Germania, Sudafrica e Brasile. Guarda caso, le ultime tre Coppe del Mondo disputate dall’Italia prima della lunga assenza iniziata nel 2018.

Nostalgia o crudeltà del destino?

Probabilmente si tratta soltanto di una scelta estetica e nostalgica. Ma il calcio vive anche di coincidenze trasformate in ferite. E gli italiani, quando si parla di Nazionale, hanno un talento speciale nel trovare un significato nascosto anche dove forse non c’è. Il pallone del 2006 ricorda la gloria. Quelli del 2010 e del 2014 riportano alla discesa. Poi il buio: 2018, 2022 e ora 2026 senza Italia. È una sequenza che fa più male di qualsiasi ritornello.

Da “Waka Waka” a “Dai Dai”, la nostalgia fa gol

Il confronto con “Waka Waka” è inevitabile. Nel 2010 l’Italia era ancora dentro il Mondiale, anche se malamente. C’erano le partite d’estate, le bandiere sui balconi, i maxischermi, le vuvuzela, le serate organizzate attorno al calendario degli azzurri. Oggi quel mondo sembra lontanissimo. “Dai Dai” arriva come un tormentone globale, ma per l’Italia rischia di diventare la colonna sonora dell’esclusione.

Il tormentone degli altri

Mentre il resto del mondo si prepara a cantarla negli stadi, nelle fan zone e sui social, noi la ascoltiamo con quella strana sensazione di essere invitati a una festa a cui non possiamo entrare. Shakira balla, Burna Boy accende il ritmo, il Mondiale si prepara a vendere sogni. L’Italia resta fuori e sente ripetersi addosso quelle due parole: dai dai. Come se bastassero davvero.

Il Mondiale senza Italia fa ancora più rumore

La verità è che il problema non è Shakira. Non è Burna Boy. Non è nemmeno il titolo della canzone. Il problema è l’assenza dell’Italia, diventata ormai una ferita sportiva e culturale. Ogni dettaglio del Mondiale ci sembra una provocazione perché non siamo più abituati a starne fuori. O forse, peggio, cominciamo ad abituarci troppo.

Una canzone può diventare uno specchio

“Dai Dai” doveva essere un inno globale. Per gli italiani rischia di diventare uno specchio. Ci mostra ciò che il resto del mondo sta per vivere e ciò che noi guarderemo da lontano. Ci ricorda la gloria del 2006, la malinconia del 2010, la fine di un ciclo nel 2014 e il vuoto lasciato dagli anni successivi. Shakira voleva far ballare il Mondiale. Senza volerlo, forse, ha trovato anche il modo di farci ripensare a tutto quello che abbiamo perso.