Garlasco, Andrea Sempio a Porta a Porta confessa la paura del carcere: «Non vivo più, spero che tutto finisca prima del processo»

Andrea Sempio a Porta a Porta

Andrea Sempio ha paura di finire in carcere. Lo ammette apertamente mentre l’inchiesta sul delitto di Garlasco continua a stringersi attorno alla sua posizione. Intervistato a “Porta a Porta”, l’amico di Marco Poggi oggi indagato per l’omicidio di Chiara ha raccontato una quotidianità completamente stravolta. Vive quasi sempre chiuso nella sua stanza, incontra avvocati e consulenti e cerca di non pensare alla possibilità che il procedimento possa concludersi con una condanna.

«Il pensiero che si possa arrivare al carcere c’è», ammette. Subito dopo aggiunge che cerca di allontanare quell’eventualità dalla mente. La sua speranza è che il procedimento si chiuda molto prima: «Spero di risolvere tutto in udienza preliminare, di non affrontare un vero e proprio processo con tutti i vari gradi».

Sempio: «Oggi non sto vivendo, ho paura»

Il nuovo indagato del caso Garlasco non nasconde il peso psicologico di questi mesi. «Oggi non sto vivendo», racconta. Descrive giornate trascorse «o chiuso in camera o dall’avvocato», quando non deve spostarsi per incontrare i consulenti della difesa.

Sempio parla anche di un «bombardamento costante». Accende la televisione e trova il caso Garlasco, apre i social e accade la stessa cosa. Fuori dalla sua abitazione, racconta, stazionano continuamente giornalisti. Una pressione alla quale dice di non riuscire più a sottrarsi.

Alla domanda sulla paura risponde senza esitazioni: «Ho paura, chi non l’avrebbe in questa situazione?». Il timore non riguarda soltanto l’eventuale carcere. Sempio pensa anche a ciò che potrebbe accadere se l’inchiesta si concludesse senza un processo o con il riconoscimento della sua estraneità al delitto.

«Quando sarà tutto finito sarà difficile ricostruirsi una vita», osserva. Secondo Sempio, il sospetto continuerebbe comunque ad accompagnarlo: «So che la macchia di assassino che se l’è cavata non te la levi».

L’impronta 33 e quella scarpa taglia 42

Nel corso dell’intervista Sempio affronta anche alcuni degli elementi tecnici sui quali si concentra la nuova inchiesta della Procura di Pavia. Uno dei più discussi riguarda la cosiddetta impronta 33, rilevata nel 2007 sulle scale che conducono alla cantina della villetta di via Pascoli.

Sempio respinge l’ipotesi che quella traccia possa appartenergli. «Per me non è attribuibile né a me né a nessun altro», sostiene, contestando quindi alla radice la possibilità di identificarne con certezza l’autore.

C’è poi la questione dell’impronta lasciata da una scarpa. Anche su questo punto Sempio oppone un dato che considera decisivo: la misura delle calzature che ha sempre utilizzato. «Io ho sempre indossato il 44. Il 42 proprio non mi sta», afferma.

Sono questioni destinate ad avere un peso nel confronto tra accusa, difesa e consulenti. Proprio le nuove analisi sulle tracce presenti nella villetta dei Poggi rappresentano infatti uno dei capitoli centrali della seconda indagine sull’omicidio di Chiara.

«La condanna di Alberto Stasi è giusta»

Sempio affronta anche una questione particolarmente delicata: Alberto Stasi è stato condannato ingiustamente? La risposta dell’indagato non lascia spazio a interpretazioni. «Secondo me no. La condanna è giusta».

Una posizione significativa, considerando che la nuova indagine che coinvolge Sempio ha inevitabilmente riaperto il dibattito sulla ricostruzione del delitto e sugli accertamenti compiuti nel 2007. Stasi continua a scontare la condanna definitiva a 16 anni per l’omicidio della fidanzata.

Sempio, invece, attende di conoscere quale strada prenderà il procedimento che lo riguarda. Dice di sentirsi preparato insieme ai suoi avvocati, ma riconosce che affrontare un’aula di tribunale rappresenterebbe comunque un’incognita. «Per quanto uno si possa sentire sicuro, poi deve riuscire a spiegare le cose in aula e non è così automatico».

Ed è proprio lo scenario che spera di evitare. Prima ancora dell’eventuale giudizio sulla sua responsabilità, Sempio vorrebbe che l’inchiesta si fermasse all’udienza preliminare, senza trascinarlo attraverso un processo e i successivi gradi di giudizio. Perché, come ammette lui stesso, ormai la paura non riguarda soltanto ciò che potrebbe stabilire un tribunale, ma anche la possibilità di non riuscire più a tornare alla vita che conduceva prima di diventare nuovamente uno dei protagonisti del delitto di Garlasco.