Perché la Procura di Larino sta cercando tracce di ricerche sulla ricina nei computer di tre scuole tra Riccia e Campobasso? La risposta è nei collegamenti che quattro persone hanno con quegli istituti: una professoressa amica di Gianni Di Vita, il marito della docente e le due figlie dell’ex sindaco di Pietracatella, Sara e Alice. È necessario chiarire subito che non si tratta di quattro indagati. Sara, appena quindicenne, è una delle vittime dell’avvelenamento che ha ucciso anche sua madre, Antonella Di Ielsi, 50 anni. Alice è invece la sorella sopravvissuta. Le altre due persone sono una docente già ascoltata dagli investigatori e suo marito, entrambi collegati professionalmente alle scuole interessate dagli accertamenti.
L’obiettivo degli inquirenti è individuare chi abbia effettuato alcune ricerche online riguardanti la ricina e altri veleni, emerse nel corso delle indagini. Gli autori di quelle interrogazioni informatiche non sono ancora stati identificati. Per questo la Procura ha disposto verifiche su 155 computer, cercando di ricostruire eventuali collegamenti tra le consultazioni sul web e la morte delle due donne.
La professoressa amica di Gianni Di Vita e il confronto con l’ex sindaco
Il primo collegamento riguarda una docente del liceo Scientifico di Riccia, amica di Gianni Di Vita. La donna è già stata ascoltata dagli investigatori e ha partecipato a un confronto con l’ex sindaco di Pietracatella, marito di Antonella Di Ielsi e padre delle due ragazze.
La sua presenza nell’inchiesta è legata sia ai rapporti personali con la famiglia sia al fatto che insegna in uno degli istituti coinvolti negli accertamenti informatici. La Procura intende verificare se attraverso i computer della scuola siano state effettuate ricerche pertinenti all’avvelenamento.
È importante distinguere questi approfondimenti da un’accusa: il fatto che la docente sia stata ascoltata e che il suo luogo di lavoro rientri nelle verifiche non dimostra alcuna responsabilità nella morte di Antonella e Sara.
Il marito della docente lavora all’Agrario di Riccia
Il secondo collegamento porta all’istituto Agrario di Riccia, dove lavora il marito della professoressa. È proprio questa scuola a presentare il maggior numero di computer da controllare, ben 71.
Gli investigatori vogliono esaminare le attività informatiche svolte attraverso i dispositivi dell’istituto, cercando eventuali consultazioni relative alla ricina. La presenza del marito della docente tra il personale scolastico spiega perché anche questa struttura sia entrata nella ricostruzione dei collegamenti personali.
Non risultano, sulla base delle informazioni disponibili, elementi che consentano di attribuire all’uomo le ricerche sospette. Gli accertamenti servono proprio a verificare se esistano riscontri oggettivi.
Sara, la vittima di 15 anni, e Alice: il legame con il Classico di Campobasso
Il terzo istituto è il liceo Classico di Campobasso, frequentato dalle figlie di Gianni Di Vita e Antonella Di Ielsi. Sara, morta a soli 15 anni per avvelenamento da ricina insieme alla madre, aveva studiato nella scuola, così come sua sorella Alice.
È questo il motivo per cui il Classico compare negli accertamenti della Procura. Il riferimento alle due ragazze riguarda esclusivamente la loro frequentazione dell’istituto e non implica alcun sospetto nei loro confronti.
Gli investigatori intendono verificare anche i 63 computer presenti nella scuola, per stabilire se qualcuno li abbia utilizzati per cercare informazioni sul veleno. L’identificazione dell’eventuale autore delle ricerche rappresenta uno degli obiettivi dell’attività tecnica.
Centocinquantacinque computer per scoprire chi cercava informazioni sulla ricina
Le verifiche disposte dalla Procura riguardano 71 computer dell’istituto Agrario di Riccia, 21 del liceo Scientifico della stessa cittadina e 63 del liceo Classico di Campobasso. In totale, 155 dispositivi sui quali lavoreranno gli investigatori della Squadra Mobile di Campobasso e del Servizio Centrale Operativo.
Nei provvedimenti la procuratrice Antonelli ha fatto riferimento a navigazioni e interrogazioni su piattaforme web riguardanti parole come «veleno» e «ricina», effettuate da persone che gli investigatori non hanno ancora identificato.
L’analisi dei dispositivi e degli indirizzi IP potrebbe permettere di risalire all’origine di quelle ricerche, ma sarà necessario verificare anche chi avesse effettivamente accesso ai computer. La semplice presenza di una ricerca su un dispositivo condiviso, infatti, non basta a stabilire chi l’abbia effettuata.
Il vero interrogativo: chi ha cercato il veleno che ha ucciso Antonella e Sara?
Il punto centrale dell’inchiesta resta la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara, entrambe avvelenate dalla ricina. La Procura cerca di ricostruire come la sostanza sia entrata nella loro vita e se qualcuno abbia raccolto informazioni sulle sue caratteristiche prima dell’avvelenamento.
I collegamenti con le tre scuole costituiscono una pista di approfondimento investigativo, non una prova di colpevolezza delle persone che vi hanno lavorato o studiato. Saranno gli esiti delle analisi informatiche a chiarire se le ricerche individuate abbiano effettivamente un rapporto con il caso.
Per gli investigatori, identificare chi abbia digitato quelle parole potrebbe rappresentare un passaggio importante nella ricostruzione del giallo di Pietracatella, che continua a ruotare attorno alla domanda fondamentale: chi ha provocato la morte di Antonella e della sua giovanissima figlia?







