Quanto doveva essere esplicito un allarme perché Israele credesse davvero che Hamas stesse preparando un attacco? A tre anni dal massacro del 7 ottobre 2023, la domanda torna a investire Benjamin Netanyahu, ma anche i vertici militari e dell’intelligence israeliana. Perché ciò che emerge dalle ricostruzioni di quelle ore rende sempre più difficile parlare semplicemente di un attacco imprevedibile.
Tra il 4 e il 7 ottobre, gli apparati israeliani raccolsero 13 diversi segnali d’allarme. Nella notte che precedette l’assalto, secondo la ricostruzione dell’ex direttore dell’intelligence militare Tamir Hayman, gli ufficiali ne presero concretamente in considerazione soltanto tre. E per ciascuno trovarono una spiegazione alternativa che consentì di ricondurlo alla normale attività di Hamas.
Alle 6.29 del 7 ottobre quella convinzione crollò. Hamas sfondò la barriera, assaltò comunità e basi militari israeliane. Circa 1.200 persone furono uccise e 251 vennero prese in ostaggio.
Le 45 Sim israeliane attivate a Gaza prima del 7 ottobre
Tra i segnali più clamorosi compare l’attivazione di 45 schede Sim israeliane nella Striscia di Gaza a partire dal 5 ottobre. Secondo le successive ricostruzioni, dovevano consentire agli uomini di Hamas di comunicare e documentare l’assalto una volta entrati in territorio israeliano.
L’anomalia venne rilevata. Ma non provocò l’allarme generale perché qualcosa di simile era già accaduto durante esercitazioni precedenti di Hamas. Gli analisti interpretarono quindi quelle attivazioni attraverso ciò che credevano di sapere del nemico, anziché chiedersi se quella volta stesse accadendo qualcosa di diverso.
E le Sim non rappresentavano l’unico segnale.
Gli apparati rilevarono l’apertura di centri operativi sotterranei di Hamas, intercettarono comunicazioni nelle quali si parlava del caricamento dei lanciatori di razzi e registrarono movimenti anomali dell’unità droni. A questi elementi si aggiungevano gli avvertimenti arrivati dalle osservatrici dell’Idf schierate lungo il confine, che da tempo segnalavano esercitazioni e comportamenti sospetti.
La catena di comando continuò tuttavia a considerare più probabile un’esercitazione, un’attività difensiva o, al massimo, la preparazione di una piccola incursione.
Netanyahu non venne svegliato.
Solo 767 soldati e tre carri armati a difesa del settore
Il risultato di quella valutazione fu drammatico. A proteggere l’intero settore rimasero 767 soldati e tre carri armati, secondo la ricostruzione riportata dall’analista israeliano Amos Harel.
Ma il problema non nasce nella notte tra il 6 e il 7 ottobre. Quella notte rappresenta soltanto l’ultimo passaggio di una convinzione maturata negli anni: Hamas non avrebbe avuto interesse a scatenare una guerra capace di mettere a rischio il proprio controllo sulla Striscia.
Gli apparati israeliani ritenevano che il movimento puntasse soprattutto a consolidare il potere a Gaza, ottenendo concessioni economiche e sfruttando i finanziamenti provenienti dal Qatar. Hamas contribuì ad alimentare questa convinzione. Ancora nel settembre 2023 organizzò proteste alla barriera chiedendo più permessi di lavoro in Israele e maggiori risorse economiche.
Sembrava la conferma che la priorità fosse governare Gaza, non invadere Israele.
Era la konseptzia, la «concezione»: una teoria talmente radicata da trasformarsi in una lente attraverso la quale leggere ogni nuova informazione. Quando un dato contraddiceva quella teoria, anziché cambiare teoria si cercava una spiegazione capace di rendere innocuo il dato.
Nel 2016 Lieberman aveva già avvertito Netanyahu
Eppure gli avvertimenti risalivano a molti anni prima.
Nel 2016 l’allora ministro della Difesa Avigdor Lieberman consegnò a Benjamin Netanyahu e al capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot un memorandum segreto di undici pagine. Il documento indicava il rischio che Hamas utilizzasse le unità speciali Nukhba per superare la barriera, attaccare le comunità israeliane e prendere ostaggi.
Uno scenario impressionantemente vicino a ciò che sarebbe realmente accaduto sette anni dopo.
Eisenkot, destinatario insieme a Netanyahu di quel memorandum, è oggi uno dei principali esponenti dell’opposizione al premier. La responsabilità del fallimento del 7 ottobre, quindi, non può essere ridotta alla contrapposizione politica attuale: attraversa governi, vertici militari e apparati di intelligence che negli anni hanno condiviso, con ruoli differenti, la valutazione strategica su Hamas.
Nel 2021 arrivò un altro segnale. Hamas lanciò razzi verso Gerusalemme durante la crisi sulla Spianata delle Moschee, dimostrando di essere disposto a mettere a rischio la stabilità di Gaza per una questione legata al confronto israelo-palestinese più ampio.
Anche quella convinzione avrebbe dovuto essere rivista.
«Jericho Wall», il piano di Hamas era nelle mani di Israele
Poi arrivò il documento probabilmente più inquietante di tutti.
L’intelligence militare israeliana entrò in possesso di un piano di Hamas di circa quaranta pagine, risalente all’agosto 2021 e successivamente indicato con il nome «Jericho Wall». Descriveva un attacco attraverso la barriera e operazioni contro le comunità israeliane.
Non si trattava di conoscere il giorno preciso dell’offensiva. Ma Israele conosceva l’esistenza di un progetto operativo che contemplava proprio il tipo di attacco poi realizzato il 7 ottobre.
Secondo Harel, esistevano diverse versioni del piano e gli apparati israeliani ne avrebbero recuperate più di una. Anche in questo caso, però, prevalse l’idea che Hamas non possedesse realmente la capacità o la volontà di trasformare quel progetto in un’operazione concreta.
Il problema, dunque, non sembra essere stata la totale assenza di informazioni. Il problema fu il modo in cui quelle informazioni vennero interpretate.
Gli avvertimenti delle soldatesse lungo il confine
Alla grande intelligence tecnologica si aggiungevano poi gli occhi umani.
Le osservatrici israeliane schierate lungo il confine avevano segnalato movimenti ed esercitazioni anomale di Hamas. Vedevano uomini addestrarsi vicino alla barriera e registravano attività che, rilette dopo il massacro, assumono un significato completamente diverso.
Anche quelle segnalazioni non riuscirono a scardinare la convinzione dominante.
Hamas, intanto, proteggeva il segreto dell’operazione restringendo a pochissimi dirigenti la conoscenza completa del piano. Yahya Sinwar riuscì così a sfruttare uno dei punti deboli più pericolosi di qualsiasi apparato d’intelligence: non l’incapacità di raccogliere informazioni, ma l’incapacità di credere alle informazioni quando contraddicono ciò che si considera già vero.
Il 7 ottobre e la responsabilità politica di Netanyahu
È su questo terreno che si apre il capitolo più delicato per Netanyahu. Il premier ha sempre respinto l’idea di assumersi personalmente l’intera responsabilità del fallimento e continua a opporsi a una commissione statale d’inchiesta indipendente secondo le modalità richieste dai suoi avversari e da parte delle famiglie delle vittime.
Resta inoltre controversa un’ulteriore circostanza: secondo alcune ricostruzioni, alla fine di settembre 2023 Netanyahu avrebbe ricevuto anche un avvertimento dal presidente degli Emirati Arabi Uniti su possibili preparativi di Sinwar. Netanyahu ha negato questa versione.
Ciò che invece emerge con sempre maggiore chiarezza è la dimensione collettiva del fallimento. Governo, Stato maggiore, Comando sud e intelligence disponevano negli anni di una quantità crescente di elementi sulla possibilità che Hamas progettasse un’incursione su larga scala. Negli ultimissimi giorni, quei segnali diventarono ancora più numerosi.
Poi arrivarono le 13 spie rosse tra il 4 e il 7 ottobre.
Le Sim. I droni. I centri operativi. I razzi. I movimenti sul confine. Gli avvertimenti delle osservatrici.
Presi separatamente, molti di quegli elementi potevano forse avere una spiegazione alternativa. Presi insieme raccontavano qualcosa di diverso.
Alle 6.29 del 7 ottobre 2023 Israele scoprì nel modo più terribile che Hamas non stava facendo un’esercitazione.







