I pirati di Netanyahu assaltano la Flotilla in acque internazionali: telecamere spaccate, attivisti fermati e navi lasciate alla deriva

Gli israeliani abbordano la flotilla in acque internazionali

Questa volta non hanno nemmeno aspettato il buio. Le forze speciali israeliane sono arrivate di giorno, in acque internazionali, a ovest di Cipro, davanti alle telecamere e sotto gli occhi del mondo. Hanno inseguito, abbordato e sequestrato decine di imbarcazioni della Global Sumud Flotilla dirette verso Gaza, spaccando videocamere, puntando armi contro attivisti disarmati, tagliando cime, danneggiando motori e lasciando barche alla deriva. Il diritto del mare, il rispetto delle acque internazionali, le regole minime della navigazione civile: tutto travolto dall’ennesima operazione muscolare del governo Netanyahu.

Il bilancio provvisorio racconta la dimensione dell’attacco: delle 52 imbarcazioni partite dal porto turco di Marmaris, 39 sarebbero state intercettate; 309 attivisti su 461 risulterebbero in stato di fermo sulla cosiddetta “nave prigione”, tra loro 14 italiani; altre 15 vele continuano invece la rotta verso Gaza. Tutto questo a circa 270 miglia nautiche dalla Striscia, quindi molto lontano da qualunque pretesa zona di sicurezza immediata, e in un tratto di mare che gli attivisti, i giuristi e diverse organizzazioni umanitarie considerano pienamente internazionale.

L’assalto alla luce del giorno

Il copione è ormai noto, ma questa volta è cambiato l’orario. Non più raid notturni, non più ombre a coprire l’abbordaggio. Le navi militari israeliane sono comparse all’orizzonte al mattino e hanno iniziato a stringere il cerchio attorno alla Flotilla. A saturare il canale radio, secondo il racconto degli attivisti, non c’era più Dancing Queen degli Abba ma Oops!… I did it again di Britney Spears. Una colonna sonora grottesca per un’operazione che loro definiscono senza mezzi termini “pirateria”.

Sulla Don Juan, una delle imbarcazioni ancora in navigazione, c’è Dario Salvetti, del collettivo di fabbrica ex Gkn. «Il profilo di tre navi militari è comparso all’orizzonte intorno alle 8.30 di mattina», racconta attraverso messaggi audio inviati a Repubblica. All’inizio, spiega, non era chiaro se fossero unità turche o israeliane. Poi è comparsa la “nave prigione” e la situazione è diventata evidente. «Ho assistito a una scena alla Piazza Tienanmen, con le nostre imbarcazioni a vela che hanno puntato contro le navi da guerra per tagliar loro la strada, rallentare l’operazione e sfuggire. La Flotilla è braccata da un atto di pirateria che si è svolto a 270 miglia nautiche da Gaza».

Fucili puntati e telecamere distrutte

Le immagini diffuse dai telefoni e dai circuiti interni mostrano scene pesantissime: militari delle forze speciali che puntano i fucili contro attivisti seduti a prua, con le braccia alzate e il passaporto in mano. In un filmato, un soldato colpisce una telecamera con un pugno. È il gesto simbolo di tutta l’operazione: prima si assalta, poi si spegne lo sguardo di chi documenta.

Secondo le ricostruzioni degli attivisti, una volta a bordo i militari tagliano le cime, danneggiano i motori e lasciano le barche alla deriva. Il dispositivo israeliano sarebbe composto da tre vascelli, una nave usata per trattenere gli arrestati e decine di gommoni veloci impiegati per gli abbordaggi. Netanyahu ha ringraziato via radio le forze armate: «State sventando un piano che vuole rompere l’isolamento dei terroristi di Hamas a Gaza». Una frase che spiega perfettamente la linea politica israeliana: chi tenta di arrivare a Gaza con una missione civile e umanitaria viene trattato come parte del fronte nemico.

Gli italiani fermati e il silenzio imbarazzato della diplomazia

Tra gli attivisti fermati ci sono anche 14 italiani. In totale i connazionali impegnati nella missione sarebbero 35. Sulla nave capo-missione ci sono i turchi della fondazione IHH, considerata da Israele un’organizzazione terroristica, e il parlamentare del Movimento 5 Stelle Dario Carotenuto. A bordo è salita anche una delle sorelle della presidente irlandese Catherine Connolly. Gli arrestati saranno probabilmente trasferiti nel porto di Ashdod, mentre la diplomazia italiana prova a muoversi con il solito linguaggio prudente.

«Israele rispetti il diritto internazionale, i cittadini italiani devono essere trattati nel massimo rispetto della dignità e della persona», ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Parole corrette, ma inevitabilmente insufficienti davanti a un’operazione compiuta in acque internazionali e contestata come illegale da attivisti, giuristi, organizzazioni umanitarie e governi come quello turco, che parla apertamente di «nuovo atto di pirateria».

Il blocco di Gaza e la normalizzazione dell’arbitrio

Il punto politico è tutto qui: Israele agisce ormai come se il mare davanti a Gaza fosse una sua estensione militare infinita, capace di arrivare fino a centinaia di chilometri dalla costa. Il blocco imposto da Netanyahu viene contestato da anni come illegittimo, ma intanto continua a produrre effetti concreti: navi fermate, attivisti sequestrati, aiuti bloccati, telecamere distrutte, imbarcazioni neutralizzate.

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar sostiene che sulla Flotilla non ci siano veri aiuti umanitari e che gli attivisti stiano «solo facendosi pubblicità». Ma anche se fosse propaganda, anche se fosse teatro politico, anche se fosse una sfida simbolica, resta una domanda enorme: da quando uno Stato può abbordare navi civili in acque internazionali, distruggerne le attrezzature, fermarne gli occupanti e chiamare tutto questo sicurezza?

La Flotilla voleva rompere il blocco navale su Gaza. Netanyahu ha risposto con la forza, alla luce del sole, come se nessuno dovesse più nemmeno fingere di rispettare le regole. Ed è forse questo il dettaglio più inquietante: non l’ennesimo abbordaggio, ma la naturalezza con cui ormai viene compiuto.