Il quattordicenne vicentino Francesco Gianello, deceduto nel gennaio 2024 a causa di un osteosarcoma di alto grado, avrebbe avuto concrete possibilità di sopravvivere se si fosse affidato alla medicina tradizionale e ai protocolli terapeutici standard. È questa la drammatica conclusione a cui sono giunti i medici Antonello Cirnelli e Franca Fagioli nella perizia depositata il 7 settembre su incarico della Corte d’Assise di Vicenza, davanti alla quale si sta celebrando il processo che vede imputati i genitori del ragazzo, Luigi Gianello e Martina Binotto, con l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale.
Le tappe della vicenda e la scelta del metodo Hamer
La vicenda ha inizio tra la fine del 2022 e i primi mesi del 2023. I primi sintomi della malattia si erano manifestati a dicembre 2022 e a marzo dell’anno successivo la famiglia si era rivolta all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna. In quel momento, come evidenziato dalla relazione dei periti, la neoplasia era ancora localizzata e priva di metastasi.
Tuttavia, i genitori decisero di interrompere bruscamente l’iter diagnostico e terapeutico proposto dai medici bolognesi, rifiutando gli esami approfonditi e le terapie ufficiali per affidarsi al cosiddetto «metodo Hamer». Questa controversa dottrina, fondata dall’ex medico tedesco Geerd Hamer, sostiene che le patologie tumorali siano la diretta conseguenza di un conflitto biologico scatenato da un trauma emotivo e rifiuta categoricamente l’uso della chemioterapia e della chirurgia.
Nell’intraprendere questo percorso alternativo, la coppia, difesa dagli avvocati Lino e Jacopo Roetta, si sarebbe avvalsa della guida di alcuni sostenitori della medicina hameriana, tra i quali figura il dottor Matteo Penzo, medico iscritto all’albo ed ex anestesista presso l’Usl del Veneto Orientale, affiancato da altri due terapisti.
Il sospetto di somministrazione di farmaci neurotossici
La perizia medico-legale ha inoltre introdotto un elemento di forte novità nel quadro probatorio, ipotizzando che al giovane possano essere stati somministrati farmaci o sostanze neurotossiche, con un riferimento specifico all’Artemisia. Questo dettaglio confuta in modo diretto la tesi sostenuta dalla difesa, secondo la quale non vi sarebbe alcun nesso di causalità tra le scelte di vita e di cura compiute dai genitori e il tragico epilogo della malattia del figlio.
Il ritardo nella diagnosi e la mancata somministrazione dei trattamenti idonei hanno provocato un’evoluzione rapida quanto devastante dell’osteosarcoma. Se a marzo 2023 un tempestivo intervento basato su biopsia, corretta stadiazione, chemioterapia e chirurgia radicale avrebbe garantito a Francesco una probabilità di sopravvivenza a cinque anni pari al 74,8%, il prolungato rinvio delle cure ha permesso al tumore di estendersi fino a trasformarsi in una patologia metastatica polmonare. Tale progressione ha fatto crollare le stime di sopravvivenza al 45%, precludendo in modo irreversibile ogni successiva possibilità di trattamento chirurgico ed azzerando le speranze di salvare la vita al quattordicenne.







