Mostro di Modena, la criminologa Delfino Pesce rivela dettagli e incongruenze delle indagini sugli omicidi seriali

La criminologa Antonella Delfino Pesce

Un omicidio irrisolto rappresenta sempre una sconfitta per l’intera comunità, ed è da questo presupposto che prende il via il nuovo capitolo giudiziario legato ai delitti attribuiti al cosiddetto Mostro di Modena. Come riportato da il Resto del Carlino, le indagini sono ufficialmente ripartite grazie all’iniziativa dell’avvocatessa Barbara Iannuccelli, che ha presentato istanza di riesame partendo dal caso di Anna Maria Palermo, per poi ricevere l’incarico dalle famiglie di altre quattro vittime.

Nel pool di esperti figura la nota criminologa Antonella Delfino Pesce, impegnata nell’analisi dettagliata e comparativa di tutti i fascicoli legati alle giovani donne uccise in quegli anni. L’obiettivo primario è riscontrare incongruenze, rileggere vecchie intercettazioni e applicare le più moderne tecniche d’indagine genetica e scientifica su tracce biologiche e reperti ancora conservati.

La criminologa ha già risolto il caso di Nadia Cella

Nel 2018, durante un master a Genova, la criminologa Antonella Delfino Pesce decide di riaprire le carte del delitto di Nada Cella, un cold case ormai dimenticato. Non la muove il clamore mediatico, ma una sfida personale: «Anche se non si arriva a niente, io lo voglio fare lo stesso».

Immersasi in migliaia di pagine e sostenuta dall’incontro con Silvana Smaniotto (la madre di Nada), Delfino Pesce scova la svolta in un vecchio verbale dei Carabinieri del 1996: a casa di Anna Lucia Cecere erano stati sequestrati cinque bottoni particolari, identici a quello ritrovato sotto il corpo della vittima. Quel dettaglio, mai trasmesso agli inquirenti, diventa il grimaldello decisivo. Nel 2021, insieme all’avvocata della famiglia Sabrina Franzone, spinge la Procura di Genova a riaprire l’inchiesta, facendo emergere nuovi elementi su moventi, testimonianze e telefonate mai approfondite. La Cecere verrà poi condannata per l’omicidio.

Le incongruenze nel delitto Abate e la pista del depistaggio

Particolare attenzione viene dedicata all’omicidio di Monica Abate, l’ultima vittima in ordine cronologico. Dall’esame delle fotografie presenti negli atti emergono elementi chiari che indicano come la giovane sia stata uccisa per soffocamento e strangolamento, a dispetto dell’ipotesi iniziale di overdose che aveva tutta l’aria di un depistaggio.

Secondo le analisi condotte dalla criminologa, la scena del crimine e la scansione temporale degli eventi vanno riscritte: il corpo della ragazza è stato spostato ore dopo la morte e i suoi gioielli sono stati asportati successivamente. Negli altri casi analizzati figurano reperti potenzialmente decisivi, tra cui una traccia organica isolata, ciuffi di capelli trovati tra le mani di una delle vittime e sassi repertati sul luogo del ritrovo.

Il legame tra le vittime e la figura del testimone ricorrente

Pur non rilevando un unico modus operandi identico per tutti i delitti, se non per il frequente spostamento dei cadaveri dopo le aggressioni, l’analisi degli atti evidenzia collegamenti stringenti nella rete delle frequentazioni. Diverse ragazze gravitavano infatti nel medesimo ambiente cittadino.

Un dato fortemente sospetto riguarda la presenza di una stessa figura di testimone, ascoltata in relazione a tre distinti omicidi, che in tutte e tre le occasioni ha fornito un alibi ai principali indagati dell’epoca. Questo e altri incroci di deposizioni, messi a confronto con le notizie dell’epoca apparse sulle pagine di quotidiani come La Gazzetta di Modena, potrebbero consentire di fare finalmente luce su una serie di delitti rimasti irrisolti per decenni.