La storia, a Legnano, ama evidentemente i ribaltoni. Alberto da Giussano, lo storico spauracchio anti-Barbarossa issato negli anni Ottanta a logo ufficiale della Lega Nord per gridare il classico “padroni a casa nostra”, si riscopre improvvisamente paladino della causa queer.
Gli organizzatori della prima edizione del Pride cittadino hanno pensato bene di applicare alla lettera il concetto dell’inclusione, piazzando il leggendario condottiero nella locandina della manifestazione. Una mossa che ha scatenato un cortocircuito esilarante: il simbolo per eccellenza dell’orgoglio padano e del celodurismo di bossiana memoria rivisitato in veste Rainbow grazie alla generosità dell’intelligenza artificiale, per la gioia e il decoro delle battaglie identitarie.
La crociata della destra
Di fronte al Guerriero in tinta arcobaleno, la destra locale ha subito impugnato lo scudo. Da Fratelli d’Italia ai militanti di Lealtà Azione, è scattato il coro d’indignazione per quello che è stato bollato come un sacrilegio ideologico e una carnevalata irrispettosa della memoria storica.
La risposta del sindaco non si è fatta attendere: ricordando che l’Alberto nazionale negli anni è finito impunemente ovunque – dalle maglie da calcio alle sagre di paese – il primo cittadino ha buttato la palla in tribuna chiedendo all’opposizione se le persone LGBTQ+ abbiano o meno il diritto di esistere in città, prima di rivendicare il possesso esclusivo di una statua di bronzo.
Il giallo del percorso
Ad arricchire la commedia ci ha pensato poi il giallo della logistica. Il corteo prenderà le mosse proprio sotto lo sguardo del Guerriero per concludersi però nello spazio decentrato di piazza del mercato, schivando con cura il salotto buono di piazza San Magno.
Un dettaglio che ha scatenato l’ironia dell’opposizione, pronta ad accusare gli organizzatori di fare i rivoluzionari ma a debita distanza dal centro per non infastidire nessuno, mentre la giunta si difende ricordando che le mappe delle sfilate le traccia la Questura e non il Comune.







