Allarme peste a Irkutsk: la nuova emergenza in Russia e la lunga ombra dei segreti di Stato da Chernobyl a oggi

La ricercatrice morta di peste

In Russia l’espressione “polmonite da eziologia ignota” torna a incutere timore, risvegliando i fantasmi di un passato fin troppo recente. I funzionari sanitari di Wuhan impiegavano la medesima formula nei primi mesi del 2020, alle porte della pandemia globale di Covid-19. La stessa locuzione burocratica compare ora nei documenti ufficiali della regione siberiana di Irkutsk per motivare il decesso improvviso di un’operatrice di laboratorio. Tuttavia, la severità dei protocolli d’emergenza scattati nell’area smentisce il tono rassicurante delle carte: le rigide quarantene e i blocchi sanitari suggeriscono una falla nei sistemi di biosicurezza e rievocano l’incubo di un contagio ben più antico, quello della peste polmonare.

Tutto ha inizio la sera di giovedì primo ottobre. Su Telegram cominciano a circolare voci insistenti sul blocco improvviso dell’ospedale distrettuale di Shelekhov, cittadina industriale non lontana dal lago Baikal. Il giorno successivo, il sindaco del distretto conferma la chiusura della struttura, parlando di quarantena cautelativa. Bastano poche ore perché la testata indipendente People of Baikal e canali vicini agli apparati di sicurezza russi, come Mash e Ren tv, diano un nome e un volto alla vittima che ha scatenato il panico: Darya Shipilova, ricercatrice ventottenne dell’Istituto anti-peste di Irkutsk.

L’incidente nel laboratorio di Irkutsk e il caos della comunicazione

Secondo una ricostruzione non smentita dalle autorità, la giovane si sarebbe sentita male sul posto di lavoro prima di essere ricoverata nell’ospedale della vicina città di Shelekhov. Due giorni dopo, il decesso. Si diffonde l’ipotesi di un drammatico incidente di laboratorio: la rottura accidentale di una provetta contenente una coltura viva del batterio Yersinia pestis. Le autorità sigillano l’istituto e trattengono oltre sessanta colleghi della ricercatrice dentro la struttura, costringendoli a dormire sui pavimenti e sulle sedie degli uffici.

Mentre il panico del contagio assale la popolazione, i vertici politici e sanitari si incartano in una serie di comunicazioni contraddittorie. Il governatore della vicina Repubblica della Buriazia prima pubblica un post in cui conferma il decesso per peste, salvo modificarlo poco dopo in un più prudente “probabilmente morta di peste”. Anche le autorità di Baikalsk su Telegram chiedono ai residenti di evitare di recarsi a Shelekhov e dintorni a causa di segnalazioni non ufficiali di una persona che avrebbe contratto la peste, ma cancellano il messaggio due ore dopo.

Del resto per il Rospotrebnadzor, l’organo federale per la tutela della salute pubblica, non c’è alcuna prova di un incidente biologico né della presenza del bacillo nei campioni della donna: il 4 ottobre il decesso è derubricato a una forma di polmonite.

La censura dei media e i timori degli Stati Uniti

Anche diversi media russi hanno cancellato o modificato le notizie sul caso. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha pubblicamente esortato i giornalisti ad attenersi alle dichiarazioni ufficiali del Rospotrebnadzor. Poco dopo uno dei maggiori quotidiani russi, Kommersant, ha cancellato il post e la notizia sull’amministrazione Trump in allerta per le segnalazioni di una possibile epidemia di peste in Russia, pubblicati solo qualche ora prima.

Le disposizioni sul campo tuttavia smentiscono le rassicurazioni delle autorità. Gli ospedali di Irkutsk hanno prorogato le misure di quarantena. Una donna incinta, Ulyana Gavryunina, ha pubblicato sui social il modulo di screening che la clinica ostetrica le ha imposto di compilare prima di entrare, dove figurava anche la voce “peste”. La fonderia di Shelekhov ha imposto l’obbligo di mascherina agli operai.

I timori della comunità internazionale restano elevati. Il Dipartimento di Stato americano ha chiesto formalmente al Cremlino trasparenza e rapidità nella condivisione dei dati. Sebbene le autorità russe assicurino che gli esami post-mortem non abbiano rilevato la malattia, la Casa Bianca rimane vigile, memore delle molte omissioni della storia russa e sovietica in tema di disastri e incidenti. Gli esperti tendono comunque a escludere il rischio di un’epidemia su larga scala, dato che le autorità hanno rapidamente isolato la rete dei 197 contatti della Shipilova.

I precedenti dell’era sovietica tra nucleare e batteriologia

Il segreto di Stato risalente all’epoca sovietica e tuttora in vigore rende impossibile stimare quanti incidenti minori non siano mai emersi. Tuttavia, ripercorrendo i casi più gravi oggi documentati in cui Mosca occultò l’evento, mentì sulle cause o ritardò le comunicazioni, emerge una lunga lista di precedenti.

Tra il 1949 e il 1956, il complesso nucleare di Mayak scaricò grandi quantità di radionuclidi nel fiume Techa, esponendo la popolazione locale a gravi contaminazioni che le autorità ammisero ufficialmente solo decenni dopo.Nel 1957, sempre a Mayak, l’esplosione di un serbatoio di rifiuti radioattivi diede origine al disastro di Kyshtym. Decine di migliaia di persone furono coinvolte, ma l’Unione Sovietica ammise l’accaduto solo oltre trent’anni dopo, con l’avvento della glasnost.

Nel 1960 la catastrofe di Nedelin a Baikonur vide l’esplosione di un missile balistico con oltre cento vittime, tragedia riconosciuta pubblicamente soltanto nel 1989. Analogamente, nel 1961 l’incidente al reattore del sottomarino K-19 provocò la morte di otto uomini per radiazioni, ma le diagnosi mediche vennero mascherate sotto false definizioni per garantire il silenzio. Altri episodi tenuti nascosti riguardano il prosciugamento del Lago Karachay nel 1967, l’affondamento del sottomarino K-129 nel 1968 e la perdita del sottomarino nucleare K-8 nel 1970, costata la vita a 52 marinai.

Da Sverdlovsk alla tragedia di Chernobyl

Particolarmente significativo è il caso avvenuto nel 1979 a Sverdlovsk, dove un’epidemia di antrace inalatorio causò decine di morti. Per anni Mosca sostenne si trattasse di carne contaminata, ma dopo il crollo dell’Unione Sovietica emerse la verità su una fuga accidentale di spore da un impianto di ricerca biologica militare.

Negli anni successivi si verificarono la perdita di acqua radioattiva nella Baia di Andreev nel 1982 e la gravissima esplosione durante il rifornimento del sottomarino K-431 nella Baia di Chazhma nel 1985, rimasta segreta fino al 1993. L’episodio più emblematico resta comunque Chernobyl: dopo l’esplosione del reattore il 26 aprile 1986, l’Unione Sovietica ammise l’incidente solo due giorni dopo, quando in Scandinavia vennero rilevati livelli anomali di radioattività.

La continuità del silenzio nell’era russa recente

La tendenza a gestire l’informazione con opacità è proseguita anche nell’era post-sovietica. Il 12 agosto 2000 l’affondamento del sottomarino nucleare Kursk nel Mare di Barents provocò la morte di 118 uomini dell’equipaggio. Nei primi decisivi giorni dell’emergenza, le autorità diffusero notizie contraddittorie e inaccurate sullo stato dei soccorsi e sulle cause dell’incidente.

Un copione simile si è ripetuto nell’agosto del 2019 con l’esplosione di Nenoksa nel Mar Bianco, verificatasi durante un test legato a un programma missile a propulsione nucleare. Anche in quell’occasione, all’aumento temporaneo delle radiazioni registrarono seguito comunicazioni ufficiali frammentarie e incomplete per diversi giorni.