Che fine ha fatto il DNA di Garlasco? Un nuovo interrogativo si aggiunge alla lunga lista di anomalie che le indagini sul delitto di Garlasco stanno riportando alla luce. Il Ris di Parma eliminò nel 2016 alcuni eluiti, cioè le soluzioni liquide ottenute dalle tracce biologiche e contenenti il Dna estratto durante gli accertamenti sull’omicidio di Chiara Poggi. Il problema è la data: l’autorizzazione giudiziaria alla distruzione arrivò soltanto nel febbraio 2022, quasi sei anni dopo.
Le nuove carte indicano inoltre che l’ordine di smaltire gli eluiti sarebbe partito dall’allora colonnello Alberto Marino, uno degli ufficiali che nel 2007 lavorarono sugli accertamenti genetici del caso. La Procura di Pavia sta ora cercando di ricostruire che cosa accadde e, soprattutto, quali campioni finirono effettivamente distrutti.
Garlasco, gli eluiti eliminati prima dell’autorizzazione dei giudici
La vicenda assume un peso particolare perché nel 2007 proprio il Ris aveva verbalizzato la decisione di conservare tutti gli eluiti e metterli successivamente a disposizione dell’autorità giudiziaria.
Nel settembre 2021 la Corte d’Assise d’Appello affrontò la questione dei reperti ancora sotto sequestro. La difesa di Alberto Stasi si oppose alla loro eliminazione e chiese di conservarne alcuni. Nel gennaio 2022 la Corte adottò i successivi provvedimenti e nel febbraio arrivò il via libera alla distruzione.
Ma a quel punto una parte dei materiali non esisteva più: il Ris li aveva smaltiti già nel 2016.
La distanza temporale tra i due momenti rappresenta adesso uno dei punti sui quali gli inquirenti vogliono fare chiarezza. Due militari dell’epoca avrebbero indicato Marino come colui che dispose lo smaltimento.
Il nuovo giallo riguarda l’impronta 33
C’è poi un interrogativo ancora più delicato. Nel 2025 la Procura di Pavia ha chiesto al Ris di Parma di ricostruire la storia degli eluiti collegati alla traccia 33, quella dell’impronta trovata sulla parete delle scale della villetta di via Pascoli e attribuita dalle nuove indagini ad Andrea Sempio.
Al momento, però, non risulta accertato che tra gli eluiti distrutti nel 2016 ci fosse anche quello relativo alla traccia 33. È un punto fondamentale sul quale serviranno ulteriori verifiche.
Gli investigatori avevano già constatato che la fialetta originariamente utilizzata per contenere il materiale grattato dall’intonaco dell’impronta non figurava tra i reperti provenienti dal Ris. Marino aveva spiegato nel giugno 2025 che quel materiale risultava interamente utilizzato.
Ora la ricostruzione dello smaltimento degli eluiti apre inevitabilmente un’altra domanda: che cosa contenevano esattamente le provette eliminate nel 2016?
Nel 2007 il Ris aveva promesso di conservare gli estratti di Dna
A rendere ancora più difficile da spiegare la vicenda c’è un documento del 4 settembre 2007, all’inizio degli accertamenti genetici. Marino scrisse che, d’intesa con i consulenti delle parti, il Ris avrebbe conservato «tutti gli eluiti delle tracce (Dna estratto)» per metterli a disposizione dell’autorità giudiziaria al termine delle analisi.
Nove anni più tardi arrivò invece lo smaltimento collettivo.
È proprio questa sequenza temporale che la Procura dovrà chiarire: prima l’impegno formale a conservare i materiali, poi la loro eliminazione e, soltanto diversi anni dopo, l’autorizzazione giudiziaria alla distruzione dei reperti.
Dai pedali della bici agli eluiti, cosa cercano ora i pm
Il nome di Marino compare anche nell’altro fronte che sta scuotendo la vecchia indagine di Garlasco: quello degli accertamenti sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi e delle contro-analisi negative sulla presenza del Dna di Chiara Poggi emerse dalle nuove verifiche.
Questo non significa che esista già una responsabilità accertata. La Procura sta proprio cercando di ricostruire passaggi, decisioni e comunicazioni avvenuti all’interno del Ris.
Resta però un fatto destinato a pesare: materiali genetici che nel 2007 il Ris aveva dichiarato di voler conservare vennero eliminati nel 2016, mentre l’autorizzazione giudiziaria arrivò soltanto nel 2022. E adesso gli investigatori devono rispondere a una domanda decisiva: tra quelle provette c’era anche materiale che le nuove tecnologie avrebbero potuto permettere di analizzare nuovamente?







