Festa della Mamma, l’Italia resta fuori dalla top 10 europea dei congedi: meno tutele e meno figli nel Paese della crisi demografica

Festa della mamma 2026

Nel Paese che continua a fare sempre meno figli, anche la Festa della Mamma finisce per trasformarsi in un indicatore politico. Perché le celebrazioni, da sole, non bastano più. Non basta parlare di centralità della famiglia o di valore della maternità se poi il mondo del lavoro continua a trattare la nascita di un figlio come un problema organizzativo da contenere invece che come una fase della vita da accompagnare davvero.

La fotografia arriva dal report 2026 di World Population Review dedicato ai congedi di maternità nel mondo. E il risultato, per l’Italia, è piuttosto netto: il nostro Paese resta fuori dalla top 10 europea dei sistemi più generosi. Le lavoratrici italiane possono contare su 22 settimane di congedo retribuite all’80%, una soglia inferiore rispetto a quella garantita da diversi Paesi europei, compresi alcuni che raramente vengono presi come riferimento nel dibattito pubblico italiano.

Italia dietro Croazia, Polonia e Ungheria sui congedi di maternità

Il confronto racconta molto. In Croazia il congedo arriva a 58 settimane, con retribuzione piena fino ai sei mesi successivi alla nascita e poi un’indennità forfettaria. In Montenegro si sale a 52 settimane pagate al 100%. Anche il Regno Unito garantisce un anno di congedo, pur con una copertura economica progressivamente ridotta nel tempo.

Bosnia-Erzegovina e Albania prevedono durate simili, mentre la Polonia assicura 26 settimane interamente retribuite e l’Ungheria 24 settimane al 70%. Perfino San Marino supera l’Italia: le settimane restano 22, ma con retribuzione piena.

L’Italia, invece, si ferma ai cinque mesi previsti dal congedo obbligatorio disciplinato dalla normativa nazionale e richiamato anche dall’Inps. L’indennità è pari all’80% della retribuzione media giornaliera. Una tutela che esiste, certo, ma che appare meno estesa e meno generosa rispetto a quella di numerosi sistemi europei.

Il nodo non è solo economico ma culturale

Il dato va letto con cautela. World Population Review offre una fotografia comparativa internazionale che non tiene conto di tutte le variabili nazionali, dai contratti collettivi alle eventuali integrazioni aziendali. Ma il segnale politico e sociale resta chiarissimo.

Il problema non riguarda soltanto il numero di settimane o la percentuale di stipendio garantita. Il punto vero è il rapporto ancora irrisolto tra maternità, carriera e lavoro femminile. In Italia avere un figlio continua troppo spesso a incidere in modo sproporzionato sulla vita professionale delle donne, rallentando percorsi, stipendi e opportunità.

La maternità, in molti contesti, viene ancora percepita come una parentesi problematica. E questo pesa inevitabilmente anche sulle scelte delle nuove generazioni.

Le nascite continuano a crollare

I numeri demografici spiegano bene la profondità della crisi. Secondo i dati Istat, nel 2025 in Italia sono nati appena 355mila bambini, con un calo del 3,9% rispetto all’anno precedente. Il saldo naturale è negativo per circa 296mila unità. Una tendenza che va avanti da anni e che ormai non può più essere letta come una semplice oscillazione statistica.

Dietro il crollo delle nascite ci sono fattori economici, culturali e sociali. La precarietà lavorativa, il costo della vita, la difficoltà di conciliare famiglia e professione, la carenza di servizi e il ritardo nell’autonomia abitativa costruiscono un contesto in cui fare figli appare sempre più complicato.

Il congedo di paternità resta troppo corto

Anche sul fronte dei padri il riequilibrio appare ancora lontano. In Italia il congedo obbligatorio di paternità è attualmente di dieci giorni, retribuiti al 100%. Un passo avanti rispetto al passato, ma ancora insufficiente per modificare davvero la distribuzione dei carichi familiari.

In molti Paesi europei il coinvolgimento dei padri nella cura dei figli viene incentivato proprio attraverso congedi più lunghi e condivisi. Il principio è semplice: la maternità non può essere considerata una questione esclusivamente femminile. Dove il peso della cura resta concentrato quasi interamente sulle donne, anche il mercato del lavoro continua inevitabilmente a penalizzarle.

La Festa della Mamma diventa uno specchio del Paese

E così la Festa della Mamma, ogni anno, finisce per raccontare qualcosa di più profondo di una semplice ricorrenza commerciale o familiare. Diventa uno specchio del rapporto che un Paese ha con la natalità, con il lavoro femminile e con il futuro.

L’Italia celebra le madri, ma continua a perdere nascite. Difende simbolicamente la famiglia, ma fatica ancora a costruire strumenti davvero competitivi rispetto ad altri sistemi europei. E mentre il dibattito politico si concentra spesso sui valori, i numeri raccontano una realtà molto concreta: avere un figlio, oggi, continua a costare soprattutto alle donne.