Pietro Gugliotta, uno dei componenti della banda della Uno Bianca, si è tolto la vita impiccandosi nella sua abitazione in Friuli, dove viveva da anni con la seconda moglie. Il suicidio risale all’8 gennaio scorso, ma la notizia è emersa soltanto nelle ultime ore, riaccendendo inevitabilmente l’attenzione su una delle pagine più oscure e sanguinose della cronaca italiana.
Secondo quanto trapela, i familiari collegherebbero il gesto a una crisi familiare. Ma la morte di Gugliotta pesa anche per un altro motivo: la Procura di Bologna aveva intenzione di ascoltarlo nell’ambito della nuova indagine aperta sulla banda della Uno Bianca. Adesso quell’audizione non potrà mai avvenire. E con lui, forse, scompaiono anche eventuali dettagli rimasti nell’ombra per oltre trent’anni.
Chi era Pietro Gugliotta nella banda della Uno Bianca
Ex poliziotto, Gugliotta era entrato nella banda guidata dai fratelli Savi negli anni più feroci della loro escalation criminale. Il gruppo, composto da uomini in divisa, tra il 1987 e il 1994 mise a segno oltre cento tra rapine, assalti e azioni armate, lasciandosi dietro una scia di sangue impressionante: 24 morti e più di cento feriti.
Gugliotta lavorava alla centrale operativa di Bologna, lo stesso ambiente in cui aveva conosciuto Roberto Savi, considerato il capo della banda. Tra i due era nata un’amicizia alimentata da una passione comune per le immersioni subacquee. Sarebbe stato proprio Savi a convincerlo a entrare nel gruppo criminale che per anni terrorizzò Emilia-Romagna e Marche, sfruttando proprio l’apparenza rassicurante della divisa per muoversi con facilità.
L’arresto, il carcere e il ritorno in libertà
Pietro Gugliotta venne arrestato il 26 novembre 1994, quando ormai il cerchio attorno alla Uno Bianca si stava chiudendo definitivamente. Nei due diversi processi a suo carico fu condannato complessivamente a 28 anni di carcere, pena poi ridotta a 18 anni.
Dopo 14 anni di detenzione tornò in libertà nel 2008 grazie all’indulto e ai benefici previsti dalla legge Gozzini. Da quel momento aveva intrapreso un percorso di reinserimento sociale, lavorando in una cooperativa e cercando di ricostruirsi una vita lontano dai riflettori e da quella stagione criminale che aveva sconvolto il Paese.
La nuova indagine e i segreti mai chiariti
Negli ultimi mesi, però, la Procura di Bologna aveva riaperto alcuni fascicoli legati alla Uno Bianca. Gli investigatori volevano approfondire aspetti mai del tutto chiariti della vicenda, comprese eventuali responsabilità ancora rimaste ai margini delle sentenze definitive.
Per questo Gugliotta avrebbe dovuto essere ascoltato nuovamente. Non è chiaro cosa avrebbe potuto raccontare né se custodisse davvero informazioni rimaste sconosciute agli inquirenti. Ma il fatto che i magistrati volessero sentirlo dimostra che, a distanza di oltre trent’anni, quella storia continua ancora a generare interrogativi.
La banda della Uno Bianca resta una ferita aperta
La Uno Bianca non è stata soltanto una banda criminale. È diventata un trauma collettivo, anche perché i responsabili erano uomini dello Stato. Poliziotti che usavano le proprie competenze, le proprie armi e la fiducia legata alla divisa per colpire. Per anni l’Italia visse nella paura di assalti improvvisi, rapine feroci e omicidi apparentemente senza logica.
La morte di Gugliotta riporta inevitabilmente a quel clima. E riapre una domanda che accompagna ancora oggi molte delle grandi vicende criminali italiane: tutto è stato davvero raccontato? Oppure alcuni pezzi della storia sono rimasti sepolti nelle memorie di chi ne faceva parte?
Adesso una di quelle memorie non c’è più. Pietro Gugliotta è morto senza parlare ancora con i magistrati. E se davvero custodiva segreti sulla Uno Bianca, li ha portati con sé.







