C’è un nome che gli investigatori sanitari indicano come possibile “paziente zero” del focolaio di Hantavirus esploso sulla nave da crociera MV Hondius. Si chiamava Leo Schilperoord, aveva 70 anni, viveva nel piccolo villaggio olandese di Haulerwijk ed era molto conosciuto nel mondo del birdwatching e dell’ornitologia.
È stato lui il primo a morire a bordo della nave. Pochi giorni dopo sarebbe deceduta anche la moglie Mirjam, 69 anni, che aveva condiviso con lui un lungo viaggio attraverso il Sud America, tra escursioni naturalistiche, fauna selvatica e osservazioni di uccelli rari.
La loro storia, oggi, è diventata il punto da cui gli esperti stanno cercando di ricostruire l’origine del contagio che ha portato all’allarme internazionale sull’Hantavirus.
Il viaggio di cinque mesi in Sud America
Leo e Mirjam Schilperoord erano partiti il 27 novembre per un lungo viaggio naturalistico attraverso il Sud America. Avevano attraversato Argentina, Cile e Uruguay, documentando specie animali e dedicandosi alla loro grande passione comune: l’ornitologia.
Non erano turisti improvvisati. La coppia era piuttosto nota nell’ambiente dei birdwatcher europei. Già nel 1984 Leo Schilperoord aveva curato uno studio sulle oche dalle zampe rosse pubblicato sulla rivista olandese Het Vogeljaar, e negli anni aveva partecipato a numerose spedizioni naturalistiche in tutto il mondo.
Per loro quel viaggio rappresentava l’ennesima avventura legata agli uccelli e agli ecosistemi più remoti del pianeta. Nessuno immaginava che sarebbe diventato il possibile inizio di un focolaio internazionale.
La discarica vicino a Ushuaia e il possibile contagio
Secondo le prime ricostruzioni, il momento decisivo potrebbe essere arrivato il 27 marzo, quando la coppia visitò una grande discarica a cielo aperto a circa sei chilometri da Ushuaia, nell’estremo sud dell’Argentina.
La zona è considerata altamente contaminata ed è generalmente evitata dagli abitanti locali. Eppure, per gli appassionati di birdwatching, rappresenta una meta molto conosciuta grazie alla presenza di specie rare, tra cui il caracara dalla gola bianca, chiamato anche caracara di Darwin.
Gli esperti ipotizzano che proprio lì Leo e Mirjam possano avere inalato particelle contaminate disperse nell’aria, provenienti dagli escrementi di roditori infetti, in particolare i cosiddetti ratti del riso pigmei dalla coda lunga, considerati possibili portatori del ceppo andino dell’Hantavirus.
Il ceppo andino e il rischio di trasmissione tra esseri umani
Il ceppo andino dell’Hantavirus è uno dei pochi per cui è stata documentata, seppur raramente, una possibile trasmissione da persona a persona. Ed è proprio questo elemento che ha reso il focolaio della MV Hondius particolarmente monitorato dalle autorità sanitarie internazionali.
Secondo quanto emerso finora, Leo Schilperoord avrebbe iniziato a manifestare i primi sintomi il 6 aprile, pochi giorni dopo l’imbarco sulla nave da crociera, avvenuto il 1° aprile insieme a oltre 80 passeggeri, molti dei quali scienziati, naturalisti e birdwatcher.
Le sue condizioni peggiorarono rapidamente fino alla morte, avvenuta l’11 aprile a bordo della nave.
La morte della moglie Mirjam a Johannesburg
Dopo il decesso del marito, Mirjam Schilperoord lasciò la nave insieme alla salma sull’isola di Sant’Elena il 24 aprile. Anche lei, però, aveva ormai contratto il virus.
La donna morì il 25 aprile all’aeroporto di Johannesburg, mentre tentava di rientrare in Olanda. Una tragedia doppia che ha trasformato la coppia di appassionati ornitologi nel simbolo umano del focolaio scoppiato sulla MV Hondius.
Perché il caso preoccupa le autorità sanitarie
Il caso Schilperoord è diventato centrale perché permette agli epidemiologi di tracciare un possibile punto di origine del contagio. L’attenzione si concentra soprattutto sul luogo visitato vicino a Ushuaia e sulla possibilità che il virus si sia diffuso inizialmente attraverso particelle contaminate presenti nell’ambiente.
Al momento l’Organizzazione Mondiale della Sanità continua a ribadire che il rischio globale resta basso e molto basso in Europa. Tuttavia il fatto che il ceppo andino possa, in casi limitati, trasmettersi tra esseri umani rende il monitoraggio particolarmente delicato.
Una storia che unisce passione e tragedia
La vicenda di Leo e Mirjam Schilperoord colpisce anche per il contrasto tra la natura del loro viaggio e il suo epilogo. Due appassionati di fauna selvatica, partiti per osservare uccelli rari e attraversare paesaggi estremi, si sono ritrovati al centro di un’emergenza sanitaria internazionale.
La discarica vicino a Ushuaia, meta insolita ma molto frequentata dai birdwatcher, oggi viene guardata con occhi completamente diversi. Non più soltanto come un luogo per osservare specie rare, ma come il possibile punto di partenza di un contagio che ha già provocato vittime e acceso l’allarme sanitario mondiale.







