C’è un filo sottile, inquietante e tutto investigativo che in questi giorni ha riportato molti addetti ai lavori genovesi a un vecchio delitto dell’entroterra ligure. Magistrati, carabinieri, avvocati e cronisti, leggendo dei soliloqui di Andrea Sempio in auto nell’inchiesta sul delitto di Garlasco, hanno pensato quasi inevitabilmente a Claudio Borgarelli. Non per sovrapporre storie diverse, non per azzardare paragoni giudiziari impropri, ma perché certe indagini hanno dettagli che restano impressi come una cicatrice.
Borgarelli era l’ex infermiere che l’11 ottobre 2016, a Lumarzo, nella campagna vicino Genova, uccise lo zio Albano Crocco. Alla base del delitto, secondo quanto ricostruito nel processo, c’erano questioni banali e insieme feroci: terreni, passaggi carrabili, vecchi rancori familiari diventati veleno quotidiano. Crocco, appassionato cercatore di funghi, fu trovato morto senza testa. La testa non venne mai recuperata.
Il delitto di Lumarzo e il corpo trovato senza testa
La sentenza passata in giudicato ha ricostruito una sequenza brutale. Borgarelli sparò allo zio, poi lo decapitò. Infine mise la testa in un sacchetto nero dell’immondizia e se ne sbarazzò gettandola in un cassonetto. Per quell’omicidio fu condannato a 30 anni di carcere. All’epoca, con l’accusa di omicidio aggravato, era ancora possibile accedere al rito abbreviato, elemento che contribuì a evitargli l’ergastolo chiesto dall’accusa.
Il caso colpì profondamente anche per la freddezza apparente dell’assassino nelle ore successive al delitto. Mentre gli investigatori stavano già stringendo il cerchio attorno a lui, Borgarelli accettò di parlare con i cronisti. Disse di avere rapporti cattivi con lo zio, ma negò ogni coinvolgimento: «Con mio zio i rapporti erano cattivi, ma non c’entro con l’omicidio. Se sono indagato? Al momento nessuno mi ha detto niente».
L’intervista surreale mentre i carabinieri stringevano il cerchio
Quelle parole, rilette oggi, restituiscono tutta la stranezza di quelle ore. Da una parte un delitto atroce, dall’altra un uomo che si mostrava disponibile a parlare, quasi a tenere la scena, mentre l’inchiesta avanzava verso di lui. Non è un elemento raro nelle cronache giudiziarie più disturbanti: chi ha commesso un crimine può cercare di apparire normale, persino collaborativo, mentre attorno tutto comincia a crollare.
Ma la vera svolta investigativa arrivò dai discorsi che Borgarelli faceva con se stesso nella sua abitazione. Frasi pronunciate da solo, intercettate, poi contestate dai militari. Parole che pesavano come macigni e che contribuirono a portarlo alla confessione.
Le frasi dette da solo: “Tanto l’ho ammazzato”
Tra quelle espressioni finite agli atti ce n’era una destinata a diventare il cuore del caso: «È anche giusto che faccio così, tanto l’ho ammazzato». E ancora: «Uccidere te con il rischio di fare quello che ho fatto: uccidere». Soliloqui, appunto. Parole non rivolte a un interlocutore, ma a se stesso. E proprio per questo difficili da neutralizzare in un’aula di giustizia.
Borgarelli fu dichiarato pienamente capace di intendere e di volere. Il suo avvocato Antonio Rubino riuscì però a evitargli l’ergastolo, anche grazie agli strumenti processuali allora disponibili. La condanna definitiva fu di 30 anni. Una pena pesante, ma inferiore a quella richiesta dall’accusa.
Dal carcere al premio letterario per detenuti
La storia, negli anni, ha avuto anche un seguito inatteso. Dietro le sbarre, secondo quanto riferito dal suo legale, Borgarelli sarebbe sempre stato un detenuto modello. Ha vinto un premio letterario per detenuti promosso dall’Ordine degli avvocati e si è poi iscritto all’Università. Il tema del suo scritto era una passeggiata con la fidanzata nei boschi di Ferrada di Moconesi, vicino al luogo del delitto.
Dopo la detenzione a Marassi, oggi Borgarelli si trova nel carcere di Volterra. In passato ha usufruito di un permesso speciale per partecipare al funerale di un parente. Il caso resta uno di quelli che, a distanza di anni, continuano a riemergere ogni volta che un’indagine incontra un dettaglio simile: una frase detta da soli, un pensiero sfuggito al controllo, una confessione involontaria consegnata non a un giudice, ma al silenzio di una stanza.







