Il Mondiale 2026 rischia di trasformarsi in un caso diplomatico gigantesco ancora prima del fischio d’inizio. L’Iran ha infatti posto dieci condizioni precise per partecipare alla Coppa del Mondo organizzata da Stati Uniti, Canada e Messico, aprendo uno scontro che coinvolge direttamente la Fifa, Donald Trump e i governi dei Paesi ospitanti.
Teheran, attraverso la propria federazione calcistica, ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di arretrare “sui propri ideali, la propria cultura e le proprie convinzioni”. Tradotto: o le richieste verranno accettate oppure la nazionale iraniana potrebbe anche rinunciare al torneo. Uno scenario che fino a pochi mesi fa sembrava fantapolitica calcistica e che oggi invece viene discusso apertamente ai massimi livelli diplomatici e sportivi.
Le dieci condizioni dell’Iran per partecipare ai Mondiali 2026
Tra i punti più delicati c’è innanzitutto la richiesta di garantire il rilascio dei visti a tutti i giocatori e ai membri dello staff tecnico iraniano, compresi quelli che in passato hanno avuto rapporti con le Guardie Rivoluzionarie. Un tema esplosivo soprattutto negli Stati Uniti e in Canada, dove i Pasdaran vengono considerati organizzazione terroristica o struttura sottoposta a pesanti restrizioni.
Nel comunicato diffuso dalla tv di Stato iraniana vengono citati esplicitamente nomi come Mehdi Taremi ed Ehsan Hajisafi. La federazione iraniana pretende inoltre protocolli di sicurezza elevatissimi negli aeroporti, negli hotel e lungo i tragitti verso gli stadi.
Ma non finisce qui. Teheran chiede anche che i tifosi possano esporre esclusivamente la bandiera ufficiale iraniana, vietando qualsiasi altro vessillo o simbolo di protesta. Una richiesta che punta chiaramente a evitare la presenza delle bandiere legate all’opposizione al regime o alle proteste scoppiate negli ultimi anni dopo la morte di Mahsa Amini.
La questione dell’inno e il silenzio imposto ai giornalisti
Tra le condizioni poste dall’Iran compare anche l’obbligo di eseguire l’inno nazionale iraniano durante le partite. Una richiesta che riporta alla memoria le tensioni esplose durante il Mondiale in Qatar, quando parte della nazionale scelse il silenzio prima della gara contro l’Inghilterra in segno di solidarietà con i manifestanti iraniani.
Altro nodo pesantissimo riguarda la stampa. La federazione iraniana pretende che i giornalisti limitino le domande esclusivamente agli aspetti tecnici e sportivi, evitando qualsiasi questione politica o sociale. Una clausola difficilmente compatibile con la libertà di stampa garantita nei Paesi ospitanti e con il modo in cui funzionano le grandi competizioni internazionali.
Il Canada ha già bloccato il presidente della federazione iraniana
Il clima è già tesissimo. Il Canada, infatti, ha recentemente vietato l’ingresso nel Paese al presidente della federazione calcistica iraniana Mehdi Taj, citando i suoi legami con le Guardie Rivoluzionarie. Una decisione che ha provocato un incidente diplomatico immediato e che rende ancora più complicata la trattativa.
Sul tavolo c’è poi la posizione degli Stati Uniti di Donald Trump. Il presidente americano non ha mai nascosto la sua durezza nei confronti di Teheran e il dossier iraniano resta uno dei più delicati della politica estera americana. Proprio mentre Washington porta avanti negoziati complessi per tentare di ridurre la tensione militare nella regione, il Mondiale rischia di diventare un nuovo terreno di scontro.
Infantino davanti a una scelta politica oltre che sportiva
La questione verrà affrontata il prossimo 20 maggio a Zurigo, durante un incontro tra la Fifa e i rappresentanti iraniani. E sarà una riunione molto più politica che calcistica. Perché stavolta Gianni Infantino si trova davanti a un bivio enorme: accettare almeno parte delle richieste iraniane, rischiando polemiche feroci in Occidente, oppure respingerle aprendo alla possibilità di un clamoroso forfait.
Il problema è che la Fifa, da anni, cerca di evitare qualsiasi collisione frontale con governi e potenze geopolitiche. Ma il caso iraniano rischia di essere ingestibile. Se Teheran decidesse davvero di non partecipare, si aprirebbe anche il tema della sostituzione della nazionale asiatica.
L’ombra del ripescaggio dell’Italia
Ed è qui che torna a circolare un nome che in Italia scatena immediatamente fantasie e discussioni: quello della Nazionale azzurra. In caso di rinuncia dell’Iran, infatti, la Fifa potrebbe valutare un ripescaggio. E tra le ipotesi che già agitano il dibattito c’è anche quella dell’Italia.
Al momento si tratta soltanto di scenari teorici. Ma il solo fatto che vengano evocati racconta quanto il caso sia diventato enorme. Perché questa non è più soltanto una vicenda sportiva. È un intreccio di diplomazia, sicurezza internazionale, propaganda, libertà di stampa e politica globale finito direttamente dentro il torneo più seguito del pianeta.
I Mondiali 2026 dovevano essere la celebrazione del calcio globale in Nord America. Rischiano invece di aprirsi con una crisi internazionale che mette uno contro l’altro Iran, Stati Uniti, Canada e Fifa. E il pallone, per una volta, sembra quasi il dettaglio meno importante.







