Putin sfila sulla Piazza Rossa ma Zelensky gli concede la parata: il Giorno della vittoria diventa l’umiliazione del Cremlino

La sfilata sulla Piazza Rossa

Vladimir Putin ha avuto la sua parata. L’ha avuta sulla Piazza Rossa, come voleva, con i soldati schierati, le bandiere, la liturgia patriottica del 9 maggio e il solito tentativo di cucire insieme due storie che non stanno nello stesso abito: la vittoria dell’Armata rossa contro la Germania nazista e l’invasione dell’Ucraina. Ma questa volta il Giorno della vittoria è sembrato meno trionfale del previsto. Più grigio, più povero, più contratto. Sugli spalti c’erano pochi leader stranieri, meno veterani della Seconda guerra mondiale, portati via dal tempo, e perfino alcuni soldati nordcoreani a marciare accanto ai russi. Un’immagine che racconta molto più di qualsiasi discorso ufficiale.

Sono passati ottantuno anni dal 9 maggio che segnò la fine della Germania nazista, e per i russi quella memoria resta un fatto di famiglia, una ferita collettiva, un mito fondativo. Putin lo sa benissimo. Per questo, fin dall’inizio della guerra contro Kyiv, ha cercato di forzare il parallelismo tra la Grande guerra patriottica e quella che Mosca continua a chiamare “operazione militare speciale”. È il modo più diretto per chiedere sacrifici, obbedienza e sopportazione. È anche il modo più efficace per trasformare un’aggressione militare in una presunta battaglia difensiva.

La retorica della vittoria usata per giustificare la guerra in Ucraina

Nel suo breve discorso davanti ai leader presenti, ai militari, ai veterani e agli uomini dell’“operazione militare speciale”, il capo del Cremlino ha ripetuto la formula di sempre: la Russia sarebbe sotto attacco, costretta a difendersi da una forza aggressiva armata e sostenuta dall’intero blocco della Nato. Poi ha assicurato che “i nostri eroi stanno avanzando”. Il problema, per Putin, è che la realtà del fronte racconta un’altra storia.

L’avanzata russa è tutt’altro che travolgente. In alcuni punti Mosca perde terreno, in altri conquista poco, pagando prezzi altissimi in uomini e mezzi. Eppure il presidente russo ha insistito: “Credo fermamente che la nostra causa sia giusta”. Ha poi legato ancora una volta i soldati di oggi alla “grande impresa della generazione dei vincitori”, come se il conflitto in Ucraina fosse la prosecuzione naturale della lotta contro il nazismo. È il cuore della propaganda putiniana: usare la memoria più sacra del Paese per coprire la guerra più controversa del suo presente.

La parata salvata dal cessate il fuoco mediato da Trump

La vera novità, però, è un’altra. Putin ha potuto celebrare la sua parata anche grazie all’intervento del presidente americano Donald Trump. Il timore di incursioni ucraine con droni e missili era diventato abbastanza forte da spingere Mosca a cercare una mediazione della Casa Bianca. Su richiesta del Cremlino, gli Stati Uniti hanno lavorato a un cessate il fuoco di tre giorni, necessario per blindare la ricorrenza e consentire alla macchina simbolica del regime di funzionare senza incidenti.

È qui che la parata cambia significato. Quella che doveva essere una dimostrazione di potenza si è trasformata in una fotografia della paura. La Russia che sfila appare dimessa, guardinga, preoccupata. Il capo del Cremlino, costretto a passare dall’intervento americano per assicurarsi il suo rito più importante, mostra una fragilità che la propaganda fatica a nascondere. Il leader che voleva dettare i tempi della guerra si è trovato a dover chiedere una finestra di sicurezza per celebrare la propria forza.

Zelensky detta le condizioni e rovescia la scena

L’Ucraina, da parte sua, ha sfruttato fino in fondo le paure russe. Il capo negoziatore di Volodymyr Zelensky, Rustem Umerov, era negli Stati Uniti per incontrare i negoziatori di Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff. Durante quel colloquio, Kyiv ha discusso il cessate il fuoco e ha fissato le proprie condizioni. Il messaggio politico è stato chiarissimo: Mosca voleva sfilare, ma per farlo aveva bisogno che l’Ucraina accettasse di non colpire.

Zelensky ha poi trasformato il passaggio diplomatico in un colpo di teatro istituzionale. Con un decreto, ha autorizzato la parata nella città di Mosca il 9 maggio, stabilendo che, per la durata dell’evento, il settore territoriale della Piazza Rossa sarebbe stato escluso dal piano di impiego operativo delle armi ucraine. Tradotto dal linguaggio burocratico: Kyiv ha concesso a Putin il permesso di sfilare.

Il Giorno della vittoria diventa un segnale di debolezza

Il risultato è un paradosso feroce. Putin ha ottenuto il suo Giorno della vittoria, ma al costo di una grande umiliazione politica. La parata c’è stata, i soldati hanno marciato, le bandiere hanno sventolato, la retorica ha fatto il suo lavoro. Ma sopra tutto è rimasta sospesa un’altra immagine: quella di un Cremlino costretto a misurare la propria sicurezza con il consenso del nemico e la mediazione degli Stati Uniti.

Da tempo l’America di Trump non viene più percepita da Mosca come un alleato automatico di Kyiv, ma come un mediatore più neutrale. L’Ucraina si è già adattata a questo nuovo scenario e lo usa a proprio vantaggio. Nella partita simbolica del 9 maggio, Zelensky ha fatto qualcosa di più sottile di una minaccia: ha lasciato che Putin sfilasse, ma gli ha ricordato chi, in quel momento, aveva il potere di permetterglielo.

La parata del 2026 doveva mostrare una Russia invincibile. Ha mostrato invece una Russia nervosa. Doveva celebrare la continuità tra la vittoria sul nazismo e la guerra in Ucraina. Ha finito per raccontare la distanza tra il mito e la realtà. Putin ha parlato di eroi che avanzano, ma ha marciato sotto una tregua negoziata. Ha evocato la grandezza sovietica, ma si è ritrovato accanto pochi alleati e qualche soldato nordcoreano. Ha voluto trasformare la Piazza Rossa nel palcoscenico della potenza russa. Zelensky l’ha trasformata nella scena della sua concessione.