Polemica su Rita De Crescenzo: cucciolo di scimmia vestita sui social durante le vacanze in Egitto della TikToker

Un cucciolo di scimmia, con ogni probabilità un cercopiteco verde, esibito nei video come se fosse un peluche. È bufera social attorno all’influencer napoletana Rita De Crescenzo, finita al centro delle critiche per una serie di contenuti pubblicati durante un soggiorno in Egitto. Nei filmati il piccolo primate appare indossando un vestitino rosa e un pannolino, mentre la TikToker lo definisce apertamente il suo “figlioletto”, raccontando di averlo regolarmente acquistato sul posto.

Presentate due denunce

La vicenda ha immediatamente innescato una dura reazione politica e dell’associazionismo. Il deputato di Alleanza Verdi-Sinistra Francesco Borrelli e l’attivista animalista Enrico Rizzi hanno annunciato una segnalazione formale all’Ambasciata italiana in Egitto e al Ministero dell’Ambiente per fare luce sull’accaduto. I due ricordano come in Egitto — paese aderente alla Convenzione Cites sulla tutela delle specie minacciate — l’acquisto, la vendita e la detenzione di primati da parte di privati o turisti siano severamente vietati. Qualsiasi transazione di questo tipo rientra pertanto nel circuito del traffico illegale di fauna selvatica. Borrelli e Rizzi chiedono alle autorità di verificare la provenienza dell’animale e procedere con il sequestro immediato per affidarlo a strutture idonee.

Un grave danno etico ed etologico

L’episodio riapre il dibattito sull’uso improprio di animali esotici per la creazione di contenuti online. Come evidenziato dall’etologa Chiara Grasso, presidente dell’associazione Eticoscienza, la tendenza a “umanizzare” i selvatici privandoli del loro contesto naturale rappresenta un grave danno etico ed etologico. Oltre ai rischi legati alle zoonosi, la privazione della propria natura rende questi animali incontrollabili da adulti, trasformando quella che sui social viene spacciata per tenerezza in un potenziale pericolo. L’incessante caccia ai like continua così ad alimentare, spesso inconsapevolmente, mercati illegali e modelli turistici lesivi per la biodiversità.