Tutti parlano di intelligenza artificiale, di modelli sempre più potenti, di algoritmi capaci di scrivere, sintetizzare, tradurre, analizzare miliardi di informazioni e restituire risposte in pochi secondi. Ma sotto questa corsa tecnologica esiste una domanda molto meno spettacolare e probabilmente molto più importante: chi continuerà a produrre l’informazione affidabile dalla quale quelle intelligenze artificiali devono necessariamente partire?
È su questo terreno che Domenico Maduli, presidente del network LaC e del gruppo editoriale Diemmecom, porta il confronto sul futuro dell’informazione. Non una battaglia di retroguardia tra giornalisti e macchine e nemmeno il tentativo di difendere un modello editoriale destinato inevitabilmente a cambiare. La questione riguarda ciò che viene prima dell’algoritmo: la qualità della conoscenza che gli viene messa a disposizione.
Maduli lo dice senza troppi giri di parole: «Se ne vedranno delle belle nei prossimi mesi». Poi sposta immediatamente il mirino: «Ci si sta preoccupando, giustamente, dei tanti e diversi modelli di intelligenza artificiale, alcuni dei quali ancora senza adeguate certificazioni o garanzie. Ma c’è una questione di cui si parla molto meno: che fine sta facendo l’informazione che alimenta e contribuisce a definire la qualità di questi sistemi?».
L’IA può diventare potentissima, ma resta il problema delle fonti
La domanda tocca uno dei nodi centrali della trasformazione in corso. Un sistema di intelligenza artificiale può elaborare quantità gigantesche di dati, riconoscere relazioni, sintetizzare documenti e produrre testi con una velocità irraggiungibile per qualsiasi essere umano. Ma la qualità del risultato continua a dipendere anche dalla qualità dell’informazione sulla quale quel sistema costruisce la propria conoscenza.
Ed è qui che il giornalismo torna prepotentemente dentro il futuro che qualcuno aveva immaginato potesse renderlo marginale.
Maduli ha portato questa riflessione anche al forum internazionale “Words of Hope”, promosso dal think tank Entopan, dove personalità provenienti dal mondo istituzionale, economico, culturale e dell’informazione si sono confrontate sul rapporto tra innovazione, intelligenza artificiale e società.
La sua posizione parte da un principio netto: «L’informazione giornalistica resta una pietra miliare per qualsiasi modello serio di produzione e diffusione della conoscenza. È una risorsa fondamentale e, proprio per questo, va profondamente riorganizzata, innovata e sostenuta».
Non significa quindi alzare barricate contro l’IA. Al contrario, significa accettare fino in fondo la rivoluzione tecnologica e chiedersi contemporaneamente quale ecosistema informativo vogliamo costruire intorno a essa.
Non giornalismo contro IA, ma giornalismo dentro la rivoluzione dell’IA
È probabilmente questo il passaggio più interessante della riflessione dell’editore. La contrapposizione tra giornalismo tradizionale e intelligenza artificiale rischia di diventare rapidamente vecchia quanto le tecnologie che pretende di difendere.
L’IA è già entrata nei processi produttivi, nella ricerca, nell’analisi dei dati, nella selezione delle informazioni e nella costruzione dei contenuti. La questione non è più decidere se utilizzarla, ma come utilizzarla e soprattutto quale ruolo debba continuare ad avere l’informazione professionale dentro questo nuovo sistema.
Perché esiste un paradosso evidente: più cresce la capacità delle macchine di produrre contenuti, più diventa decisivo poter distinguere tra un’informazione verificata, costruita attraverso fonti identificabili e responsabilità editoriali, e la gigantesca massa di materiale che circola senza alcuna garanzia sulla sua origine.
È per questo che Maduli non parla semplicemente di conservare il giornalismo così com’è. Utilizza tre verbi molto più impegnativi: riorganizzare, innovare e sostenere.
«Chi ne sta parlando? Noi lo stiamo facendo da mesi»
Poi arriva la domanda che trasforma una riflessione generale in una dichiarazione di intenti: «La domanda allora è semplice: chi ne sta parlando?».
La risposta di Maduli riguarda direttamente il network che presiede: «Noi lo stiamo facendo da mesi».
LaC rivendica così una strategia che punta a non assistere passivamente alla trasformazione tecnologica dell’editoria. L’obiettivo dichiarato è provare a governarla, integrando innovazione e produzione giornalistica senza sacrificare quella qualità dell’informazione che, proprio con l’espansione dell’intelligenza artificiale, rischia di acquistare un valore ancora maggiore.
Per gli editori la sfida potrebbe essere enorme. Cambiano i modi attraverso i quali le persone cercano una notizia, cambiano le piattaforme di distribuzione, cambia il rapporto tra motori di ricerca, social network, testate e lettori. Ora cambia persino il meccanismo attraverso il quale si arriva alla risposta: sempre più spesso l’utente non cerca dieci pagine da consultare, ma chiede direttamente a un sistema di IA di raccogliere, selezionare e spiegargli ciò che vuole sapere.
Dentro questa trasformazione, però, resta una domanda inevitabile: da dove arriva l’informazione che la macchina seleziona, rielabora e restituisce?
LaC prepara la prossima mossa: «Novità vere e concrete»
Ed è proprio qui che Maduli lascia cadere l’annuncio più interessante. Non anticipa ancora i dettagli, ma assicura che il network sta preparando qualcosa che dovrebbe trasformare questa riflessione in un progetto operativo.
«Tra non molto presenteremo novità vere, concrete, che vanno esattamente in questa direzione».
Poche parole che aprono però uno scenario preciso: LaC vuole provare a giocare la partita dell’intelligenza artificiale non dalla posizione di chi aspetta di capire cosa succederà all’editoria, ma da quella di chi tenta di costruire nuovi strumenti e nuovi modelli mentre il cambiamento è ancora in corso.
La sfida, del resto, potrebbe essere una delle più importanti affrontate dall’informazione negli ultimi decenni. Perché l’intelligenza artificiale può cambiare radicalmente il modo nel quale la conoscenza viene distribuita, ma non elimina il problema della sua origine. Semmai lo rende ancora più urgente.
Se miliardi di risposte saranno generate dalle macchine, sapere chi ha prodotto i fatti, chi li ha verificati e quali fonti li sostengono potrebbe diventare ancora più importante di oggi. Ed è esattamente dentro questo apparente paradosso che Maduli colloca il futuro del giornalismo: non un residuo analogico da proteggere dall’avanzata degli algoritmi, ma una delle infrastrutture necessarie perché l’intelligenza artificiale possa davvero trasformarsi in conoscenza.







