Donald Trump torna a far discutere pubblicando sui social una classifica della storia presidenziale americana che lo vede al primissimo posto, al di sopra di padri fondatori e giganti della nazione come George Washington e Abraham Lincoln. Il post ha immediatamente sollevato un’ondata di polemiche, commenti ironici e dure critiche dai media internazionali.
Una classifica modificata ad hoc
Secondo diversi osservatori, la graduatoria condivisa dall’inquilino della Casa Bianca si baserebbe su un vecchio grafico pubblicato dal magazine Life nel 1948, palesemente manipolato per l’occasione. Nella versione ritoccata, Trump domina in solitaria tra i “più grandi”, mentre pilastri come Washington, Lincoln, Thomas Jefferson e Franklin D. Roosevelt vengono scalati nella categoria inferiore dei “grandi”. In fondo alla lista, nella sezione riservata ai “falliti”, figurano i suoi storici rivali democratici, tra cui Barack Obama e Joe Biden.
Il consenso dei repubblicani
L’uscita social si inserisce in un preciso clima politico. Un recente sondaggio condotto dalla CNN rivela infatti che il 53% degli elettori repubblicani considera Trump come il presidente di partito più ammirato della storia, piazzandolo davanti a icone conservatrici come Ronald Reagan e Abraham Lincoln.
Il rifiuto di storici e accademici
Se il gradimento tra la base elettorale del GOP resta altissimo, la valutazione del mondo accademico dipinge una realtà del tutto opposta. Nel Presidential Greatness Project, sondaggio condotto tra esperti e politologi della presidenza, Trump è stato infatti posizionato all’ultimo posto della storia americana, mentre Lincoln occupava la vetta e Joe Biden si piazzava al 14° posto.
A ribadire il giudizio critico della comunità scientifica è anche Michael Bailey, docente e politologo della Georgetown University, che ha definito Trump senza dubbio il peggior presidente della storia degli Stati Uniti, richiamando l’attenzione sulla corruzione e sui danni di lungo periodo arrecati alle istituzioni e alla reputazione internazionale del Paese. L’inconciliabile distanza tra l’autopercezione del tycoon e i report degli accademici evidenzia, ancora una volta, la profonda polarizzazione che continua a dividere gli Stati Uniti.







