Accoltellò Davide Cavallo, il giudice nelle motivazioni della sentenza: “Crudeltà devastante”

Un minuto di “crudeltà devastante”, di “agghiacciante disumanità”. Una furia che ha provocato la “devastazione esistenziale su un giovane poco più che ventenne”, mentre i suoi aggressori non smettevano di riderne, di vantarsi di quella violenza gratuita e spietata, anche quando erano ormai in commissariato e lui in ospedale in fin di vita.

L’aggressore sapeva che poteva provocare la morte di Davide

Sono parole durissime quelle usate dal gup Alberto Carboni nel motivare la condanna a vent’anni con rito abbreviato ad Alessandro Chiani, imputato di tentato omicidio e rapina aggravati per l’aggressione a Davide Cavallo in zona corso Como. Chiani sapeva benissimo che le coltellate sferrate sul giovane bocconiano, rimasto invalido, ne avrebbero potuto causare la morte.

Il coltello era un’arma di cui si compiaceva

Un’arma, quella usato la notte del 12 ottobre, di cui si vantava: il giudice cita il video trovato sul suo telefono in cui prima del pestaggio si compiaceva di avere a disposizione un’arma potenzialmente letale. Così come le parole con cui schermiva l’amico minorenne “perché non avrebbe avuto il coraggio di usarla”. Un coltello che “trapassa la milza”, diceva Chiani, richiamando la canzone del trapper Simba. Di cui non aspettava altro che “l’occasione propizia per poterne fare sfoggio”. E che non ha usato né per pungere né per graffiare, ma impugnandolo per “arrecare il maggior danno possibile”, facendo in modo che la lama affondasse nel ventre del ragazzo, provocando danni irreversibili.

Rideva quando ha saputo che Cavallo rischiava la paralisi

Di grande rilievo per il gup sono le intercettazioni del 29 ottobre, due settimane dopo l’aggressione, nella sala del Commissariato, quando i giovani sono stati convocati per essere messi a conoscenza del video che riprendeva la rapina e l’accoltellamento. E dei danni subiti da Cavallo non ha smesso di ridere, nemmeno quando ha saputo che il giovane rischiava la paralisi, rivelando un carattere che secondo il giudice si pone oltre le soglie più estreme di freddezza e cinismo. E “stando alle sue stesse parole, la reazione avuta dopo aver appreso delle drammatiche conseguenze delle sue azioni è stata quella di continuare a ridere”. Lucido nell’analizzare la sua situazione procedimentale e nel valutare !in modo opportunistico” la strategia per limitare i danni. “Ha avuto la freddezza di ipotizzare, pur in modo iperbolico, di fingere di essere affetto da sindrome di down, così immaginando che simulare una patologia psichiatrica sarebbe stata un’utile argomentazione processuale”.

Chi poteva fermare il branco non lo ha fatto

La traduzione in termini economici del danno patito da Davide Cavallo “è un’operazione che non potrebbe mai cogliere la devastazione esistenziale che un minuto di crudeltà ha causato a un ragazzo poco più che ventenne”. Mentre i minorenni del branco verranno processati a luglio, l’altro complice diciottenne, Ahmed Atia, si è visto derubricare il reato in omissione di soccorso ed è stato condannato a 10 mesi. Ma !era la sola persona che, con un gesto o una parola, avrebbe perlomeno potuto provare a fermare la furia dei suoi amici”. Non solo non lo ha fatto. Ma anche lui, poco dopo, rideva.