“Quella dobbiamo farla saltare in aria”: due pentiti svelano il piano contro la pm di Milano Alessandra Cerreti

“Quella dobbiamo farla saltare in aria”. La frase arriva da due collaboratori di giustizia. La pronunciano in momenti diversi, senza sapere cosa abbia raccontato l’altro. Entrambi parlano ai magistrati del cosiddetto “Sistema mafioso lombardo”. Entrambi indicano come bersaglio la pm Alessandra Cerreti, titolare dell’inchiesta Hydra. E nelle loro dichiarazioni compare anche il nome del collega Rosario Ferracane.

I due magistrati, insieme al procuratore capo di Milano Marcello Viola e ai carabinieri del Nucleo investigativo, da anni indagano sui rapporti tra le organizzazioni mafiose presenti nel Nord Italia. Le minacce non sono una novità. In passato Cerreti e Viola hanno già ricevuto intimidazioni e per loro sono state predisposte misure di protezione. Questa volta, però, emerge qualcosa di diverso.

Tre mesi fa gli investigatori raccolgono racconti che parlano di un possibile attentato.

Le circostanze raccontate dai collaboratori coincidono solo in parte

I due pentiti riferiscono di aver sentito discutere i vertici del “Sistema” di un progetto dinamitardo contro i magistrati. Le dichiarazioni non contengono dettagli operativi né indicazioni precise sulle modalità dell’attacco. Tuttavia gli elementi raccolti vengono considerati sufficientemente seri da far scattare un nuovo livello di allerta.

Le circostanze raccontate dai collaboratori coincidono solo in parte. Uno di loro colloca le conversazioni nell’autunno del 2024, in una delle fasi più delicate dell’inchiesta Hydra. In quel periodo il gip di Milano aveva respinto numerose richieste di arresto avanzate dalla procura. Per i clan era sembrata una vittoria. Ma davanti al Tribunale del Riesame lo scenario cambia rapidamente. I giudici iniziano a disporre arresti in carcere e la tensione cresce. I boss diventano sempre più nervosi e la figura della pm Cerreti finisce al centro dell’attenzione criminale.

Il ruolo della pm Cerreti nel processo Hydra

Il secondo collaboratore indica invece un periodo più recente. Secondo il suo racconto, le discussioni sul possibile attentato si intensificano alla vigilia delle udienze del maxi processo Hydra. Il 12 gennaio arrivano le prime 62 condanne nei confronti degli imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Nel frattempo prosegue il dibattimento ordinario contro altri 45 imputati nell’aula bunker di San Vittore.

Le dichiarazioni dei due pentiti colpiscono gli investigatori soprattutto per un motivo. Pur provenendo da fonti diverse, convergono sugli stessi obiettivi e sullo stesso clima di ostilità nei confronti dei magistrati antimafia.

Nei verbali compaiono anche riferimenti alla disponibilità di armi da parte di alcuni boss e alla ricerca di ordigni, comprese bombe a mano. Elementi che vengono immediatamente trasmessi agli organismi competenti.

Le informazioni finiscono sul tavolo del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. La documentazione raggiunge anche il Viminale e la Procura di Brescia, competente sui magistrati milanesi. Già in passato i pm bresciani avevano aperto fascicoli sulle minacce rivolte a Cerreti e al procuratore Viola.

Il livello di attenzione aumenta ulteriormente nelle settimane successive.

Dispositivo di sicurezza con misure eccezionali per la Cerreti

A dimostrarlo sono anche le nuove misure di protezione adottate per i magistrati coinvolti nell’inchiesta. Per Ferracane era già stata attivata una tutela specifica. Per Cerreti, invece, il dispositivo di sicurezza viene ulteriormente rafforzato.

La pm si muove da tempo con auto blindate e sotto scorta. Davanti alla sua abitazione è stato vietato il parcheggio. Blocchi di cemento impediscono la sosta delle auto in prossimità dell’edificio. Ogni giorno, prima del rientro, vengono effettuate operazioni di bonifica dell’abitazione per escludere la presenza di esplosivi o altri dispositivi pericolosi.

Misure eccezionali che raccontano il livello di rischio attribuito alle minacce.

Per gli investigatori non si tratta di semplici intimidazioni verbali. Le parole raccolte dai collaboratori di giustizia descrivono un contesto in cui l’ipotesi di un attentato viene presa in considerazione ai massimi livelli della criminalità organizzata lombarda. E proprio per questo, oggi, ogni segnale viene valutato con la massima attenzione.