Donald Trump e Gianni Infantino hanno spremuto il Mondiale 2026 fino all’ultimo centesimo. La Fifa ha chiuso il torneo con ricavi per oltre 15 miliardi di dollari, quattro in più rispetto agli 11 miliardi delle previsioni iniziali. Un risultato senza precedenti, costruito attraverso biglietti a costi proibitivi, servizi di hospitality, pubblicità infilata in ogni spazio disponibile e un mercato secondario dal quale la Federazione internazionale incassa commissioni sia da chi compra sia da chi vende.
La Fifa non ha lasciato inutilizzata neppure una zolla. Dopo la finale disputata al MetLife Stadium, la Federazione ha deciso di tagliare il prato e trasformarlo in un souvenir ufficiale. Sul proprio sito ha proposto porzioni del campo a 450 dollari per i modelli base e a 900, 1.200 e 3.000 dollari per le edizioni speciali. Un ultimo giro di cassa che ha fatto infuriare Mikie Sherrill, governatrice democratica del New Jersey.
Il motivo appare semplice: i contribuenti dello Stato hanno sostenuto con milioni di dollari la costruzione del terreno sul quale le nazionali hanno disputato la finale. La Fifa, però, ha deciso di vendere il manto erboso senza coinvolgere le istituzioni locali e senza chiarire quale quota dei ricavi tornerà alla collettività. Sherrill ha quindi aperto uno scontro con Infantino e ha reclamato un beneficio economico per i cittadini che hanno contribuito a pagare il campo.
La Fifa supera ogni previsione e incassa 15 miliardi
La Coppa del Mondo 2026 ha rappresentato una macchina commerciale più che una semplice manifestazione sportiva. La Fifa aveva previsto ricavi per circa 11 miliardi di dollari, ma la corsa ai biglietti e ai pacchetti esclusivi ha spinto il totale oltre quota 15 miliardi.
I servizi di hospitality hanno svolto un ruolo decisivo. Posti privilegiati, accessi riservati, ristorazione, aree esclusive e pacchetti destinati ad aziende e clienti facoltosi hanno trasformato gli stadi in enormi salotti commerciali. Il tifoso tradizionale, quello che segue la nazionale e risparmia per assistere a una partita, ha dovuto affrontare prezzi altissimi e una concorrenza dominata da sponsor, società e acquirenti con maggiore disponibilità economica.
Il sistema dei biglietti ha prodotto un altro flusso di denaro. La Fifa non ha guadagnato soltanto dalla prima vendita, ma anche dai successivi passaggi sul proprio mercato secondario. Ogni rivendita ha generato nuove commissioni, mentre la scarsità dei posti e la domanda mondiale hanno spinto le cifre verso l’alto.
Più aumentavano i prezzi, più cresceva l’incasso della Federazione. Il meccanismo ha trasformato la passione dei tifosi in una rendita potenzialmente continua. Chi non poteva più assistere a una partita rivendeva il biglietto; chi voleva acquistarlo pagava una cifra maggiore; la Fifa incassava ancora.
Trump e Infantino hanno potuto celebrare il torneo come un successo finanziario senza precedenti. Molti appassionati, però, hanno vissuto il Mondiale come una gigantesca trappola spillа-soldi. Il calcio rappresentava soltanto il centro di un sistema nel quale ogni esperienza aveva un prezzo: il posto allo stadio, l’accesso privilegiato, il prodotto ufficiale, il ricordo della partita e persino il pezzo di prato calpestato dai giocatori.
Pubblicità e merchandising trasformano il torneo
La Fifa ha applicato al Mondiale una strategia semplice: vendere tutto ciò che poteva assumere un valore commerciale. La maglia, il pallone, le mascotte e i gadget rappresentavano soltanto il livello più tradizionale. La Federazione ha trasformato l’intera esperienza del torneo in un catalogo.
La pubblicità ha occupato ogni spazio. Sponsor, marchi ufficiali e iniziative commerciali hanno accompagnato le partite dentro e fuori dagli stadi. Il Mondiale ha offerto alle aziende una platea globale e la Fifa ha monetizzato quella visibilità senza lasciare zone libere.
Il rapporto tra calcio e spettacolo commerciale non nasce certamente con il torneo del 2026. Questa edizione, però, ha spinto il meccanismo fino all’estremo. La Federazione ha sfruttato la vastità del mercato americano, la capacità di spesa del pubblico e la cultura degli eventi sportivi trasformati in grandi show.
Anche Donald Trump ha usato la manifestazione come una vetrina. Il presidente americano ha coltivato un rapporto strettissimo con Infantino e ha legato la propria immagine ai momenti principali della competizione. La Fifa ha ottenuto sostegno politico e visibilità; Trump ha guadagnato un palcoscenico mondiale.
Alla fine entrambi hanno portato a casa ciò che cercavano. Infantino può esibire un fatturato superiore a ogni aspettativa. Trump può presentare il torneo come una dimostrazione della forza economica e organizzativa degli Stati Uniti. Il conto lo hanno pagato soprattutto i tifosi.
Le zolle del MetLife Stadium diventano souvenir
La vendita delle porzioni del terreno della finale rappresenta il simbolo perfetto di questo Mondiale. La Fifa ha preso un elemento destinato normalmente alla sostituzione o allo smaltimento e lo ha trasformato in un prodotto da collezione. Il listino parte da 450 dollari per la versione base. Le tre edizioni speciali costano rispettivamente 900, 1.200 e 3.000 dollari. La Federazione punta sul valore emotivo del campo: possedere una zolla significa portare a casa un frammento del luogo nel quale si è conclusa la Coppa del Mondo.
L’operazione può attirare collezionisti, aziende e tifosi facoltosi. Ha però aperto una questione politica e patrimoniale. Il New Jersey ha contribuito direttamente alla realizzazione del campo e ora chiede alla Fifa di riconoscere i diritti dei contribuenti. «Il New Jersey ha pagato diversi milioni di dollari per l’intero costo del campo del MetLife Stadium, quindi i contribuenti del New Jersey dovrebbero beneficiare di qualsiasi ricavato», ha dichiarato il portavoce della governatrice Mikie Sherrill.
La posizione ha raccolto anche il sostegno dei repubblicani dell’Assemblea statale. Lo scontro, dunque, supera le divisioni politiche locali. Democratici e repubblicani contestano la decisione della Fifa di vendere un bene che ritengono legato agli investimenti pubblici.
Il deputato repubblicano Mike Inganamort ha usato parole ancora più dure: «La Fifa deve andarsene dal nostro territorio. Si tratta di una proprietà statale. Non può vendere il campo senza autorizzazione».
Il New Jersey presenta il conto a Infantino
La protesta di Mikie Sherrill apre una domanda concreta: chi possiede realmente il manto erboso e chi deve incassare il denaro ricavato dalla vendita? La Fifa considera le zolle un prodotto ufficiale del Mondiale. Il New Jersey rivendica invece il contributo economico dei propri cittadini e chiede una quota degli introiti.
La questione potrebbe andare oltre la semplice polemica politica. Se le autorità statali considerassero il campo una proprietà pubblica, la Fifa dovrebbe dimostrare di poter disporre liberamente del prato e trasformarlo in merce. L’assenza di un accordo chiaro alimenta lo scontro e offre un’immagine imbarazzante della gestione del torneo.
La Federazione ha già incassato oltre 15 miliardi di dollari, superando le proprie previsioni di quattro miliardi. La decisione di vendere anche le zolle a prezzi compresi tra 450 e 3.000 dollari mostra una fame commerciale che non conosce limiti. Non conta l’entità dell’ultimo guadagno rispetto al totale. Conta il principio: se qualcosa appartiene al Mondiale, la Fifa prova a metterci sopra un prezzo.
Il calcio ha alimentato la macchina, ma il business ha dettato le regole. Le famiglie hanno affrontato costi altissimi per entrare negli stadi, il mercato secondario ha moltiplicato le cifre e la pubblicità ha accompagnato ogni momento. Ora anche il terreno della finale finisce in una confezione e raggiunge il negozio ufficiale.
Trump e Infantino possono brindare al Mondiale più redditizio della storia. La governatrice del New Jersey, invece, presenta il conto: se i contribuenti hanno pagato il campo, non possono guardare la Fifa mentre ne vende i pezzi e trattiene tutto il denaro.







