Biennale di Venezia nel caos, ispettori del Mic e caso Israele-Russia: premi bloccati, ricorsi e sedie vuote all’inaugurazione

Venezia

Alla Biennale di Venezia l’arte rischia di diventare l’ultima cosa di cui si parla. A pochi giorni dall’inaugurazione della 61esima Esposizione internazionale d’arte, prevista il 9 maggio, Ca’ Giustinian si ritrova nel mezzo di una tempesta politica, diplomatica e legale. Gli ispettori del ministero della Cultura sono arrivati nella sede della Fondazione, mentre da Bruxelles il commissario europeo alla Cultura Glenn Micallef ha annunciato che non metterà piede ai Giardini finché la Russia sarà invitata. La Commissione europea ha già ritirato un finanziamento da 2 milioni di euro per il ritorno del padiglione russo, assente dalle ultime edizioni dopo l’invasione dell’Ucraina.

Il Mic manda gli ispettori a Ca’ Giustinian

Il ministero della Cultura ha inviato quattro ispettori a Ca’ Giustinian per acquisire documenti e ricostruire i passaggi che hanno portato al caos degli ultimi giorni. Ufficialmente, il clima viene descritto come quello di una verifica tecnica, non di un’azione punitiva. Ma il tempismo racconta altro: la visita arriva dopo la decisione della giuria internazionale di non prendere in considerazione per i premi i Paesi i cui leader sono accusati dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità, una formula che riguarda Russia e Israele. La Biennale ha ribadito che la giuria agisce in piena autonomia e indipendenza.

Il nodo, però, è esplosivo. Da un lato c’è il ritorno della Russia, che ha riaperto il proprio padiglione ai Giardini, edificio di proprietà nazionale costruito nel 1914. Dall’altro c’è la scelta della giuria di estromettere dai riconoscimenti anche Israele. Due piani diversi, ma destinati a schiantarsi uno contro l’altro nello stesso momento e nello stesso luogo.

Il caso Fainaru e l’accusa di discriminazione

Il fronte più delicato riguarda l’artista israeliano Belu-Simion Fainaru, che contesta l’esclusione dalla premiazione e parla di discriminazione. I suoi legali hanno diffidato la Fondazione, evocando la possibilità di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La tesi dell’artista è netta: la giuria non avrebbe titolo per trasformare una competizione artistica in un giudizio politico sui governi.

È qui che la questione si complica. L’intenzione dichiarata dei giurati era quella di prendere posizione sui diritti umani e sui leader accusati dalla Corte penale internazionale. Ma il regolamento della Fondazione, a un primo esame, non sembrerebbe prevedere l’esclusione di un Paese dai premi per ragioni politiche. E così la Biennale, già sotto tiro per il ritorno della Russia, si ritrova ora esposta anche al rischio di una causa da parte israeliana.

Russia ai Giardini, Europa irritata e inaugurazione a rischio gelo

Sul padiglione russo si concentra invece la pressione europea. Micallef ha definito incompatibile con i principi europei la presenza della Russia alla Biennale, mentre diversi Paesi guardano con crescente irritazione alla scelta di riaprire lo spazio del Cremlino. Secondo Associated Press, la Biennale ha difeso la propria posizione sostenendo di non poter impedire la partecipazione di Paesi riconosciuti, soprattutto quando possiedono un padiglione nazionale ai Giardini.

Il risultato è un’inaugurazione che rischia di partire già zoppa. Dopo l’assenza annunciata del commissario Ue e quella del ministro Alessandro Giuli, si attendono altre defezioni europee. In laguna, intanto, resta il problema pratico di tenere insieme tutto: il padiglione russo che riapre, gli artisti ucraini presenti all’Arsenale, le possibili contestazioni contro Israele e una Fondazione costretta a muoversi tra libertà artistica, regole interne e diplomazia internazionale.

La Biennale avrebbe voluto presentarsi come spazio libero dell’arte globale. Per ora sembra soprattutto il luogo in cui ogni frattura del mondo contemporaneo arriva amplificata: guerra in Ucraina, guerra a Gaza, sanzioni, accuse alla Corte penale internazionale, boicottaggi, minacce di ricorsi e controlli ministeriali. Il 9 maggio i cancelli si apriranno, ma la domanda è già un’altra: chi avrà ancora voglia di guardare le opere, quando tutto intorno brucia?