Una certezza, almeno sul piano medico, sembra esserci: Abderrahim Fakir è morto per una grave mancanza di ossigeno. Ma proprio sulla causa di quell’ipossia le ricostruzioni prendono due strade radicalmente opposte. Da una parte c’è la famiglia del 42enne marocchino morto il 19 luglio a Bologna durante un intervento della polizia, assistita dall’avvocato Fabio Anselmo. Dall’altra ci sono i due agenti coinvolti nell’inchiesta della Procura di Bologna, difesi dall’avvocato Gabriele Bordoni.
Il confronto tra i consulenti delle parti ha fatto emergere due interpretazioni che coincidono sul punto di arrivo, l’ipossia, ma divergono proprio sul passaggio decisivo: che cosa ha provocato la mancanza di ossigeno che ha portato Fakir alla morte?
Caso Fakir, Anselmo: «Una morte ipossica da posizione prona»
Per Fabio Anselmo, legale della famiglia Fakir e marito di Ilaria Cucchi, la risposta porta direttamente alle modalità con cui gli agenti immobilizzarono il quarantaduenne.
«È una morte come quella di Riccardo Magherini, è stato citato: morte ipossica da posizione prona», sostiene l’avvocato, richiamando il caso del quarantenne morto a Firenze nel 2014 durante un intervento dei carabinieri.
Secondo la ricostruzione riferita da Anselmo, la cocaina assunta da Fakir non rappresenterebbe neppure una concausa diretta della morte. La sostanza, insieme allo stato di agitazione, avrebbe aumentato il bisogno di ossigeno dell’uomo proprio mentre la posizione nella quale gli agenti lo trattenevano ne ostacolava la respirazione.
«La cocaina non è nemmeno concausa, insieme all’agitazione ha aumentato il fabbisogno di ossigeno di cui è stato privato a causa del mantenimento della posizione prona da parte degli agenti», afferma il legale.
Anselmo riferisce inoltre che i consulenti avrebbero mosso rilievi anche sul comportamento dei sanitari, in particolare per la mancata chiamata del medico mentre Fakir si trovava in uno stato di forte agitazione.
La difesa degli agenti: «La causa centrale è la droga»
Di segno completamente opposto la lettura dell’avvocato Gabriele Bordoni, difensore dei due poliziotti iscritti nel fascicolo aperto dalla Procura di Bologna.
Bordoni, dopo essersi confrontato con il proprio consulente, il medico legale Matteo Tudini, sostiene che «la causa centrale della morte per ipossia è la droga».
Il legale indica in particolare il sanguinamento alveolare dei polmoni. Secondo la difesa, non lo provocò una compressione esercitata durante il fermo, ma l’assunzione di cocaina.
«È il frutto dell’utilizzo smodato della cocaina, che è stata ritrovata in un valore metabolico superiore di tre volte alla dose letale», afferma Bordoni.
La difesa individua poi un secondo possibile fattore nella fibrosi cardiaca riscontrata nel quarantaduenne. Bordoni collega anche questa condizione all’uso prolungato della sostanza.
Resta infine la posizione prona. La stessa difesa ammette che potrebbe avere contribuito alla difficoltà respiratoria, ma le attribuisce un peso diverso rispetto alla ricostruzione della famiglia.
Il punto decisivo: quanto ha inciso la posizione prona?
È proprio qui che le due versioni tornano apparentemente ad avvicinarsi per poi separarsi di nuovo. Anche Bordoni riconosce che tenere una persona con il volto rivolto verso il basso può rendere più difficile la respirazione, ma contesta che gli agenti abbiano esercitato una compressione tale da provocare la morte.
«È evidente che nel momento in cui io ti fermo e ti tengo giù, è chiaro che tu respiri peggio che se stessi su», osserva il legale. La difesa sostiene però che l’immobilizzazione durò soltanto «3-4 minuti» e che gli agenti provarono due volte a mettere Fakir sul fianco.
Secondo questa ricostruzione, l’uomo reagì agitandosi ulteriormente, mordendo e ferendosi alla testa. Gli agenti, sostiene Bordoni, dovettero quindi riportarlo nella posizione con il volto rivolto verso il basso.
Il difensore insiste soprattutto su un punto: «Nessuna violenza, nessuna compressione». A suo giudizio, dunque, gli accertamenti peritali hanno escluso proprio gli elementi indicati inizialmente come possibile spiegazione della morte.
Morte di Fakir, cocaina o immobilizzazione: il nodo dell’inchiesta
La distanza tra le due ricostruzioni resta enorme. Per la famiglia, l’assunzione di cocaina e lo stato di agitazione aumentarono il bisogno di ossigeno di Fakir, mentre la posizione prona gli impedì di respirare adeguatamente. Per i difensori degli agenti, invece, la droga rappresentò il fattore principale, al quale si aggiunsero la fibrosi cardiaca e, con un ruolo ulteriore, la posizione assunta durante l’immobilizzazione.
C’è poi un dettaglio sul quale Bordoni insiste: secondo quanto riferisce il legale, gli accertamenti non hanno individuato alcun ruolo del peperoncino e non hanno riscontrato una compressione esercitata dagli agenti.
A stabilire quale peso abbiano avuto i diversi fattori non saranno però le dichiarazioni dei legali. Gli accertamenti medico-legali e l’inchiesta della Procura di Bologna dovranno ricostruire la catena causale che portò alla morte di Abderrahim Fakir e verificare eventuali condotte penalmente rilevanti durante il fermo.
Per ora rimane una morte per ipossia sulla quale le parti leggono una storia completamente diversa: per la famiglia la posizione prona privò Fakir dell’ossigeno necessario; per i legali dei poliziotti, la causa centrale fu invece la cocaina presente nel suo organismo.







