Garlasco, chi sapeva davvero dello scontrino? La storia del ticket che può cambiare la lettura dell’alibi di Andrea Sempio

Angela Taccia, Andrea Sempio e la madre Daniela

Per quasi vent’anni lo scontrino del parcheggio di Vigevano è stato raccontato come uno degli elementi più solidi dell’alibi di Andrea Sempio. Un semplice ticket, apparentemente banale, che avrebbe documentato la presenza del giovane lontano da Garlasco la mattina del 13 agosto 2007.

Oggi, però, il punto non è tanto stabilire se quello scontrino sia autentico. Almeno per ora, nessuno sostiene il contrario. La vera domanda è un’altra: qual è stata la storia di quel documento prima che arrivasse nelle mani degli investigatori? È una distinzione fondamentale. L’autenticità di uno scontrino e la ricostruzione della sua vicenda sono due piani completamente diversi.

Quando compare davvero lo scontrino

Il ticket del parcheggio entra nell’inchiesta non nell’immediatezza del delitto, ma diversi mesi dopo. È proprio questo intervallo temporale ad aver attirato l’attenzione della Procura nella nuova indagine.

Gli investigatori stanno cercando di ricostruire quando emerse per la prima volta l’esistenza dello scontrino, chi ne parlò inizialmente e chi decise di conservarlo. Perché un documento nato come semplice ricevuta di parcheggio diventa rilevante solo nel momento in cui assume il valore di possibile riscontro di un alibi.

La versione dei familiari

Nel corso degli anni sono emerse diverse dichiarazioni dei familiari di Andrea Sempio sulla vicenda dello scontrino. Secondo le ricostruzioni rese pubbliche, la madre ha spiegato di aver conservato quel documento, ritenendolo importante dopo aver appreso che il figlio poteva essere coinvolto nelle verifiche investigative.

Anche il padre è intervenuto più volte sulla vicenda, contribuendo a ricostruire il contesto nel quale quello scontrino sarebbe rimasto custodito prima di essere consegnato agli inquirenti. Proprio queste dichiarazioni rappresentano oggi uno dei punti che la Procura potrebbe voler confrontare con gli altri elementi raccolti.

La frase intercettata del padre

Tra gli elementi emersi negli ultimi mesi figura anche una conversazione intercettata nella quale il padre di Andrea Sempio pronuncia una frase destinata ad attirare l’attenzione degli investigatori.

«Lo scontrino lo hai fatto tu.»

Una frase che, isolata dal contesto, rischia di prestarsi a interpretazioni improprie.

Proprio per questo motivo sarà fondamentale valutarla integralmente, verificando il contesto della conversazione, il significato attribuito dai protagonisti e il momento in cui quelle parole vengono pronunciate.

Un’intercettazione, infatti, non può essere letta attraverso una singola frase estrapolata dal dialogo complessivo.

Perché viene consegnato mesi dopo

Uno degli aspetti più delicati riguarda il tempo trascorso tra il giorno del delitto e la consegna dello scontrino agli investigatori. È un elemento che, da solo, non dimostra alcuna irregolarità. Esistono molte ragioni per cui un documento possa essere conservato e prodotto solo successivamente. Dal punto di vista investigativo, tuttavia, il ritardo nella consegna rende ancora più importante ricostruire con precisione la storia del reperto documenta

Gli investigatori potrebbero quindi voler chiarire quando si comprese che quel ticket avrebbe potuto assumere rilievo, chi ne parlò per primo e come venne custodito fino alla sua acquisizione ufficiale.

La storia del documento conta quanto il documento

In ogni indagine complessa gli investigatori non valutano soltanto il contenuto di un documento. Ricostruiscono anche il suo percorso.

Chi lo ha conservato. Chi ne conosceva l’esistenza. Quando è stato mostrato. Per quale motivo è stato prodotto solo in un determinato momento. È ciò che, nel linguaggio investigativo, permette di contestualizzare correttamente un elemento probatorio. Vale per un reperto biologico, per un filmato, per una fotografia e anche per uno scontrino.

Un tassello che dovrà essere ricostruito

La nuova inchiesta sul delitto di Garlasco sembra muoversi proprio in questa direzione. Non limitarsi a stabilire se lo scontrino sia autentico, ma ricostruire l’intera catena dei racconti che lo riguarda.

Chi ne parlò per primo. Chi lo conservò. Quando divenne parte dell’alibi. E perché arrivò agli investigatori soltanto mesi dopo il delitto. Sono domande che, da sole, non mettono in discussione l’autenticità del documento né anticipano conclusioni sulla posizione di Andrea Sempio, che resta indagato e deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.

Ma rappresentano un passaggio importante per comprendere quanto quello scontrino possa pesare, oggi, nella ricostruzione complessiva di una delle vicende giudiziarie più discusse degli ultimi vent’anni.