Pedali della bicicletta di Alberto Stasi e cucchiaino utilizzato da Chiara Poggi per la colazione: nel nuovo capitolo del caso Garlasco, due reperti apparentemente lontanissimi sono finiti al centro dello stesso mistero. L’ipotesi è clamorosa: nel laboratorio del RIS di Parma potrebbe esserci stato uno scambio tra i campioni di DNA? Luciano Garofano, che all’epoca comandava il reparto, respinge questa possibilità e reagisce duramente alle accuse rivolte al lavoro dei suoi uomini.
«Io credo proprio di no», risponde l’ex generale, che arriva poi a dire di poter escludere lo scambio, pur precisando di non conservare memoria «di ogni minuto e secondo» degli accertamenti compiuti diciannove anni fa. Per Garofano, mettere in dubbio la correttezza del lavoro svolto nel 2007 significa alimentare quella che definisce una «campagna di delegittimazione» del RIS.
DNA pedali Garlasco, il mistero dei campioni
Le quantità di materiale genetico indicate negli accertamenti hanno riacceso il caso. Alcuni valori del campione prelevato dai pedali somigliano a quelli associati al cucchiaino. Da qui è nato il sospetto di un possibile errore nella gestione delle provette.
Garofano propone però una spiegazione differente. Secondo l’ex comandante, i valori possono dipendere dalle diverse metodiche utilizzate per quantificare il materiale genetico: una prendeva in considerazione esclusivamente il DNA umano, mentre un’altra misurava quello totale, comprendendo quindi anche materiale di origine batterica.
Secondo Garofano, la somiglianza dei valori non prova che qualcuno abbia invertito i campioni. Sul cucchiaino potevano esserci DNA umano e batterico. Sui pedali, invece, il campione presentava caratteristiche differenti.
Le due analisi negative: Garofano indica un possibile errore tecnico
Dopo il risultato positivo attribuito al DNA di Chiara Poggi sui pedali, gli esperti effettuarono altre due analisi. Nessuna delle due confermò quel risultato. Oggi la difesa di Alberto Stasi e chi sostiene il lavoro del RIS si confrontano soprattutto su questo passaggio.
Garofano ridimensiona il dato. A suo giudizio, le cosiddette «controprove negative» erano corse piatte: analisi senza un segnale utilizzabile. Perciò, sostiene, non smentivano scientificamente il primo risultato.
L’ex comandante avanza anche due possibili spiegazioni: un problema nel pipettamento del campione oppure un malfunzionamento del sequenziatore. Si tratta, allo stato, della sua interpretazione tecnica e non della dimostrazione definitiva di ciò che accadde nel laboratorio. Ma per Garofano il punto resta fermo: quelle due analisi non avrebbero il valore demolitorio che oggi attribuisce loro la difesa di Stasi.
Il verbale del 24 settembre e il nodo di ciò che venne comunicato
C’è infine una domanda decisiva: la Procura e i consulenti ricevettero i risultati negativi? Garofano cita un verbale del 24 settembre 2007, secondo cui i consulenti di parte esaminarono la documentazione. «Fanno fede gli atti formali», dice. Ammette però di non ricordare se mostrò proprio quelle analisi.
Qui resta aperto il rebus. Garofano sostiene che il RIS non aveva motivo di nascondere i risultati. Aggiunge che le due corse negative non erano, secondo lui, decisive sul piano scientifico. La difesa di Stasi contesta questa valutazione: a suo giudizio, i consulenti non potevano decidere da soli quali risultati inserire nel quadro processuale.
Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, restano tre domande: che cosa trovarono sui pedali, come gestirono i campioni e perché due analisi successive produssero risultati diversi? Resta anche da chiarire quali dati arrivarono agli inquirenti.
Garofano respinge l’ipotesi più clamorosa: lo scambio con il DNA del cucchiaino. Ma la necessità di tornare su provette, quantificazioni e verbali del 2007 mostra quanto quel campione biologico resti centrale nel caso Garlasco.







