Un altro capitolo destinato a far discutere irrompe nel caso Garlasco. Il Ris di Parma eliminò le provette con gli estratti di Dna relativi agli accertamenti sul delitto di Chiara Poggi nel settembre 2016, circa sei anni prima del via libera giudiziario alla distruzione. Le nuove carte indicano anche chi avrebbe impartito l’ordine: il tenente colonnello Alberto Marino. Lo stesso ufficiale nel 2007 seguì gli accertamenti genetici sul caso e quelli sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi, tornati oggi al centro dell’attenzione degli inquirenti.
La circostanza assume un peso ancora maggiore per un altro particolare. Nel 2007 Marino scrisse negli atti che il Ris avrebbe conservato gli estratti di Dna per metterli a disposizione dell’autorità giudiziaria. Adesso i magistrati pavesi vogliono capire perché il laboratorio eliminò quei materiali e chi prese la decisione.
Garlasco, il Ris eliminò le provette con il Dna nel 2016
Le nuove carte acquisite dalla Procura di Pavia ricostruiscono la vicenda. Nel fascicolo interno del Ris di Parma compare una relazione di servizio del colonnello Matteo Donghi. L’ufficiale avviò alcune verifiche dopo che il procuratore aggiunto Stefano Civardi chiese informazioni sui reperti che non si trovavano più.
La cronologia rappresenta il punto centrale. Nel 2021 il giudice dell’esecuzione comunicò alle parti l’imminente distruzione di alcuni reperti, dopo il passaggio in giudicato della condanna di Stasi. L’avvocata Giada Bocellari, che difende l’ex fidanzato di Chiara, si oppose alla decisione. Chiese inoltre la restituzione di alcuni oggetti sequestrati al suo assistito, comprese le biciclette.
Ma a quel punto gli estratti di Dna conservati al Ris non esistevano già più da cinque anni. Il laboratorio li aveva eliminati nel settembre 2016.
Donghi ha ricostruito internamente il momento dello smaltimento collettivo. Il luogotenente Massimiliano Stabile gli ha indicato Marino come l’ufficiale che ordinò di eliminare gli eluiti. Marino aveva assunto il comando della Sezione biologia pochi mesi prima, nel maggio 2016.
Le fotografie mostrano le provette nei sacchi per lo smaltimento
Anche il tenente colonnello Nicola Staiti ha confermato a Donghi uno «smaltimento collettivo degli eluiti sotto il comando di Marino». Ma agli atti c’è anche qualcosa di più concreto: alcune fotografie.
Le immagini mostrano le operazioni svolte il 15 settembre 2016, prima dello spegnimento del freezer che custodiva i materiali. Nelle fotografie compaiono anche le provette con gli estratti genetici all’interno dei sacchi destinati ai rifiuti speciali.
La Procura di Pavia cerca ora di ricostruire l’intera catena decisionale. I magistrati vogliono sapere chi autorizzò lo smaltimento e in base a quale disposizione. Dovranno inoltre chiarire se Marino prese autonomamente quella decisione.
Nel 2007 Marino aveva scritto: «Verranno conservati tutti gli eluiti»
Un documento del 2007 rende ancora più delicata la questione. Il 4 settembre 2007, giorno d’inizio delle analisi genetiche, Marino mise per iscritto una precisa indicazione. D’intesa con i consulenti delle parti, «verranno conservati tutti gli eluiti delle tracce (Dna estratto)» e successivamente messi a disposizione dell’autorità giudiziaria.
Proprio quegli estratti, secondo quanto emerge oggi, finirono invece nello smaltimento collettivo del 2016.
La vicenda si intreccia con un’altra anomalia emersa durante le nuove indagini. Gli investigatori non hanno trovato tra i reperti provenienti dal Ris di Parma la fialetta che in origine conteneva il materiale grattato dall’intonaco della famosa impronta 33. Gli attuali inquirenti attribuiscono quell’impronta ad Andrea Sempio. Nel giugno 2025 Marino spiegò ai magistrati che il materiale risultava interamente utilizzato.
Luongo: «Chi ha sbagliato ne risponderà in ogni sede»
Il caso ha provocato anche l’intervento diretto del comandante generale dei Carabinieri Salvatore Luongo. Il generale ha assicurato che l’Arma garantirà «totale collaborazione, massima trasparenza e assoluta fermezza» qualora la magistratura accerti irregolarità o responsabilità individuali.
Luongo ha difeso il lavoro di migliaia di carabinieri e il valore del Ris, distinguendoli dalle eventuali responsabilità personali. Poi ha pronunciato una frase molto netta: «Chi ha sbagliato ne risponderà in ogni sede».
La Procura deve ancora stabilire se qualcuno abbia effettivamente commesso irregolarità e quali eventuali responsabilità emergano. Ma nel nuovo mosaico di Garlasco si aggiunge una domanda pesante: perché nel 2016 il Ris eliminò materiali genetici che nel 2007 aveva deciso di conservare e mettere a disposizione dell’autorità giudiziaria?







