Due campioni diversi, lo stesso identico valore: 2,78 nanogrammi. È questa la nuova coincidenza finita sotto la lente nella ricostruzione di ciò che accadde nei laboratori del Ris di Parma tra il 19 e il 20 settembre 2007, quando gli investigatori analizzarono il materiale biologico recuperato dai pedali della bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi.
Una coincidenza che potrebbe diventare uno dei punti più delicati della nuova indagine sul delitto di Garlasco, perché il valore registrato nel campione prelevato dai pedali coincide con quello attribuito a un altro reperto appartenente certamente a Chiara Poggi: il cucchiaino utilizzato dalla ragazza per la colazione.
È proprio da qui che nasce l’interrogativo sul quale stanno lavorando gli investigatori: il Dna di Chiara trovato sui pedali apparteneva davvero al materiale prelevato dalla bicicletta oppure potrebbe essersi verificato, durante le lavorazioni di laboratorio, uno scambio accidentale tra campioni?
Al momento non esiste una risposta definitiva. La difesa di Alberto Stasi ritiene lo scambio evidente, mentre gli accertamenti della Procura di Pavia e dei carabinieri sono ancora in corso.
Il campione dei pedali prima era «inibito»
Per capire perché quei 2,78 nanogrammi siano diventati così importanti bisogna ricostruire la sequenza delle analisi.
Il 10 settembre 2007 gli investigatori esaminarono la bicicletta Umberto Dei di Stasi. Il luminol diede risultato negativo e anche il combur test utilizzato per cercare sangue risultò negativo. Il giorno successivo gli operatori effettuarono i prelievi sui due pedali e li riunirono in un unico campione, denominato «bu_p».
Il 14 settembre il Ris procedette all’estrazione e alla prima quantificazione. Il risultato non fornì un valore utilizzabile perché il campione risultò «inibito».
Tre giorni dopo, il 17 settembre, gli specialisti purificarono il campione e ripeterono la quantificazione. Questa volta comparve un numero preciso: 2,78 nanogrammi.
Il 19 settembre arrivò il risultato destinato a entrare nella storia giudiziaria del caso Garlasco. Alle 18.37 una corsa elettroforetica restituì un profilo genetico completo e perfettamente sovrapponibile a quello di Chiara Poggi.
Quel risultato contribuì pochi giorni dopo, il 24 settembre, al fermo di Alberto Stasi, che non venne poi convalidato.
Il giorno dopo il Dna scompare
Il problema nasce da quello che accade il 20 settembre 2007.
I raw data recuperati molti anni dopo dall’archivio del Ris documentano altre due corse elettroforetiche sul campione «bu_p». Questa volta il risultato cambia completamente: nessun profilo genetico.
Due risultati totalmente negativi.
Sono proprio le controanalisi diventate uno dei punti centrali dei nuovi accertamenti della Procura di Pavia, perché secondo la ricostruzione degli inquirenti di quei risultati non si troverebbe traccia negli atti messi allora a disposizione della Procura di Vigevano e delle parti.
E la sequenza diventa quindi difficile da ignorare: il campione inizialmente risulta inibito, dopo la purificazione restituisce una quantità di 2,78 nanogrammi e il 19 settembre produce il profilo di Chiara; il giorno successivo, riprocessato, restituisce invece due risultati completamente negativi.
L’altro campione da 2,78 nanogrammi
È a questo punto che entra in scena il cucchiaino di Chiara Poggi.
Anche quel reperto conteneva materiale attribuito alla vittima e anche per quel campione compare esattamente la stessa quantità: 2,78 nanogrammi.
Non soltanto. Secondo la ricostruzione della difesa Stasi, i due reperti attraversarono il laboratorio praticamente negli stessi giorni. Il cucchiaino e i pedali vennero ispezionati il 10 settembre e avviati alle procedure estrattive a distanza di appena ventiquattro ore l’uno dall’altro.
Il 17 settembre il campione dei pedali registrò quindi quella concentrazione di 2,78 nanogrammi, identica a quella associata al cucchiaino.
Poi arriva il 19 settembre: dai pedali emerge il profilo genetico di Chiara Poggi, mentre una delle corse relative al cucchiaino produce un risultato non leggibile.
Per i consulenti della difesa di Stasi, Ugo Ricci e Pasquale Linarello, questa successione di risultati alimenta l’ipotesi che durante le lavorazioni possa essersi verificato uno scambio accidentale.
Cosa accadde davvero nel laboratorio del Ris
La Procura sta cercando di ricostruire anche chi materialmente lavorò sui campioni.
Dai dati grezzi risulta che la corsa positiva del 19 settembre venne effettuata attraverso l’utenza informatica «port», ricondotta a Giorgio Portera, allora in servizio al Ris. Portera, sentito dai magistrati, ha spiegato di non aver personalmente analizzato o interpretato il profilo genetico e di non poter stabilire oggi se abbia materialmente caricato lui il campione sul sequenziatore oppure se un collega abbia utilizzato la sua utenza.
Il giorno successivo compaiono invece le due corse negative.
Ed è proprio sulla sequenza delle operazioni, sugli operatori presenti, sulle utenze utilizzate e sulla documentazione prodotta che si concentra una parte degli accertamenti.
Il nodo delle controanalisi mai finite negli atti
C’è poi il secondo grande problema. Non riguarda il risultato scientifico, ma ciò che accadde dopo.
Secondo la Procura di Pavia, delle due corse completamente negative del 20 settembre non si trova traccia negli atti del procedimento celebrato contro Alberto Stasi.
Su questo punto sono emerse versioni differenti.
Il consulente della famiglia Poggi, Marzio Capra, sostiene che non esistettero controanalisi nascoste e che la questione derivi dall’interpretazione delle date contenute nei file. Ma la ricostruzione basata sui raw data distingue la data del cosiddetto «ladder», utilizzato come riferimento dal sequenziatore, da quella delle effettive corse sui campioni.
Anche Alberto Marino, allora capitano del Ris e consulente della Procura, interrogato dai magistrati ha spiegato che nei batch veniva inserito un ladder che poteva avere una data diversa rispetto ai campioni analizzati.
A complicare ulteriormente il quadro c’è una relazione del consulente di Stasi Francesco Maria Avato, che all’epoca lamentò di non aver ricevuto comunicazione della prosecuzione delle analisi del 20 e 21 settembre.
La domanda che può cambiare il significato di quella prova
Diciannove anni dopo, quindi, non si discute soltanto dell’esistenza delle due controanalisi negative. Il problema diventa ancora più profondo: da dove proveniva realmente il Dna di Chiara Poggi trovato il 19 settembre sui pedali della bicicletta?
La coincidenza dei 2,78 nanogrammi con il campione del cucchiaino non dimostra, da sola, che ci sia stato uno scambio. Ma rappresenta uno degli elementi sui quali la difesa Stasi fonda la propria ricostruzione e sul quale la Procura sta ancora svolgendo accertamenti.
Perché se gli investigatori riuscissero a dimostrare che il profilo genetico attribuito ai pedali proveniva in realtà da un altro reperto, cambierebbe radicalmente il significato di una delle analisi che nel settembre 2007 contribuirono a concentrare l’indagine su Alberto Stasi.
Ed è questo, oggi, il vero mistero racchiuso in quel numero apparentemente insignificante: 2,78 nanogrammi sui pedali, 2,78 nanogrammi sul cucchiaino. Due reperti diversi, la stessa identica quantità di Dna.







