Garlasco, il morto dimenticato di via Mulino: la vedova rompe il silenzio e rilancia i dubbi sul pensionato trovato con gola e polsi tagliati

delitto Garlasco

Garlasco non è soltanto il nome di un delitto che da quasi vent’anni inchioda l’Italia a una storia senza pace. Garlasco è anche un luogo dove, appena si torna a scavare, riaffiorano altri morti, altri dubbi, altre vicende che qualcuno ha chiuso troppo in fretta e che invece continuano a restare lì, come spine sotto la pelle. Una di queste porta il nome di Giovanni Ferri, 88 anni, pensionato, trovato morto il 22 novembre 2010 in un anfratto di via Mulino, con la gola tagliata e i polsi recisi.

La Procura archiviò tutto come suicidio. Ma la moglie, Gabriella Conti, non ci ha mai creduto. E oggi, mentre i riflettori tornano a illuminare Garlasco, quella ferita si riapre con una forza che non ha nulla di televisivo e tutto di umano. L’intervista esclusiva rilasciata a Mattino 5 serve solo da detonatore. Il cuore della storia, infatti, sta altrove: in una donna che da anni ripete la stessa cosa e che nessuno, a suo dire, ha mai davvero ascoltato.

Il caso Giovanni Ferri torna a galla

La mattina del 22 novembre 2010 Giovanni Ferri esce di casa per la sua passeggiata abituale. Ha 88 anni, è un ex meccanico in pensione, conduce una vita tranquilla, passa dal Bar Jolly di Largo Primo Maggio per il solito caffè e poi sparisce. Sei ore dopo una ragazza di 17 anni trova il suo corpo rannicchiato in una stretta intercapedine al civico 9 di via Mulino. Sangue ovunque. Tagli ai polsi. Un profondo squarcio alla gola.

Già allora la dinamica lascia sgomenti. Eppure, dopo i rilievi, gli inquirenti scelgono la strada del suicidio. Fine. Caso chiuso. Ma per la famiglia, e soprattutto per la moglie, quella fine non è mai esistita. Perché un conto è una verità scritta in un fascicolo, un altro è una verità che regga davanti alla logica, ai dettagli, al carattere della persona che hai vissuto accanto.

La vedova: “Non hanno investigato, hanno chiuso tutto lì”

Nelle sue parole non c’è enfasi. C’è semmai una amarezza gelida, quasi stanca. Gabriella Conti racconta che dopo la comunicazione della morte del marito non ha più avuto modo di parlare con gli investigatori. Nessuno le avrebbe chiesto nulla, nessuno avrebbe approfondito con lei il profilo di quell’uomo, il suo stato d’animo, le sue abitudini, la plausibilità di un gesto simile.

Ed è proprio qui che il racconto diventa pesante. Perché la donna non contesta soltanto la conclusione. Contesta il metodo. Sostiene, in sostanza, che un’indagine vera non sia mai partita. E aggiunge particolari che, nelle sue intenzioni, smontano l’ipotesi del suicidio: in casa non mancavano coltelli, suo marito non mostrava segni di depressione, non aveva dato alcun allarme, non viveva tormenti visibili né crolli psicologici.

Il mistero dell’anfratto e una dinamica che non convince

C’è poi il nodo del luogo del ritrovamento, che continua a colpire per la sua stranezza. Giovanni Ferri viene trovato in un passaggio angusto, stretto, scomodo, quasi innaturale come scenario per un gesto volontario. È uno di quei dettagli che, da solo, non risolve nulla ma cambia il modo di guardare tutta la scena. Per la vedova è uno degli elementi più disturbanti: perché un uomo di 88 anni avrebbe dovuto infilarsi proprio lì, in quello spazio difficile da raggiungere, per togliersi la vita in quel modo?

E non è soltanto una questione di posizione. È la dinamica nel suo complesso a continuare a lasciare perplessi. La moglie insiste su un punto che la tormenta da anni: come può una persona tagliarsi contemporaneamente o comunque nella stessa sequenza polsi e gola? È una domanda brutale, certo, ma inevitabile. Una di quelle domande che non si archiviano con una formula e basta.

Il profilo di Ferri

Il profilo di Giovanni Ferri, così come emerge dai ricordi della moglie e di altri parenti, non coincide con l’immagine di un uomo sul punto di farla finita. Lo descrivono come un anziano lucido, tranquillo, abitudinario, senza particolari problemi di salute, senza vizi, senza quella deriva interiore che spesso accompagna i suicidi annunciati o almeno intuibili.

Naturalmente questo da solo non basta a cancellare l’ipotesi investigativa. Ma basta eccome a tenerla in discussione. Perché quando una morte arriva in modo tanto violento e il contesto psicologico della vittima non sembra spingerla in quella direzione, il dubbio diventa quasi obbligatorio.

L’ombra di ciò che Ferri potrebbe aver visto

Ed è qui che il caso cambia tono. Perché la vedova, negli anni, ha maturato un sospetto preciso: che suo marito possa avere visto qualcosa che non doveva vedere. Una pista fragile? Forse. Ma non per questo irrilevante. Anche perché le sarebbe stato detto, all’epoca, che c’entrava la droga, che magari Ferri aveva notato qualcosa al bar, qualche movimento, qualche scambio di soldi, qualche scena sbagliata nel posto sbagliato.

Non esistono prove che confermino questa ricostruzione. Però il solo fatto che un’ipotesi del genere sia circolata aumenta il senso di inquietudine che accompagna la vicenda. Perché se davvero Giovanni Ferri ha incrociato qualcosa di losco, allora quel suicidio archiviato in fretta assume un altro sapore. E il sospetto, da familiare, diventa territoriale.

Garlasco, via Mulino e quella sensazione che qualcosa non torni

Il punto, alla fine, non è dire che Giovanni Ferri non si sia suicidato. Il punto è un altro: capire se qualcuno abbia mai davvero provato a fugare i dubbi di chi gli stava vicino. Perché una morte del genere, in un paese già segnato da altri fantasmi, continua a suonare come una storia lasciata a metà.

E oggi che Garlasco è di nuovo sotto i riflettori, quella vicenda torna inevitabilmente a bussare. Non perché serva creare collegamenti forzati o sovrapporre drammi diversi, ma perché nei piccoli centri la memoria lavora così: un caso riapre l’altro, un’ombra richiama l’ombra successiva, e tutto quello che sembrava sepolto ricomincia a respirare.

Giovanni Ferri era un pensionato di 88 anni. È uscito di casa per una passeggiata ed è finito morto in un anfratto, con ferite che ancora oggi non smettono di far discutere. Il resto lo ha fatto il tempo: invece di spegnere i dubbi, li ha conservati. E quando accade questo, significa che una storia non si è mai chiusa davvero.