Garlasco, il terremoto sui Ris travolge Garofano e Marino: test negativi nascosti, reperti distrutti e il fascicolo sequestrato dai carabinieri

A Garlasco ci si interroga sul modus operandi dell’ex comandante dei Ris Luciano Garofano e del capitano Alberto Marino. Cambiano le stagioni, invecchiano i protagonisti, ma i fantasmi del delitto di Garlasco continuano a riemergere dai fascicoli giudiziari. E questa volta rischiano di provocare un terremoto. Le nuove indagini della Procura di Pavia stanno riportando alla luce una serie di anomalie negli accertamenti scientifici che contribuirono alla condanna di Alberto Stasi, mentre gli uomini del Ris di Parma che lavorarono al caso tornano sotto i riflettori. Tra test negativi, risultati che non avrebbero trovato spazio nelle relazioni ufficiali e reperti destinati alla distruzione, gli interrogativi si moltiplicano.

Il nuovo fascicolo sul delitto di Chiara Poggi sembra aver sollevato un tappeto sotto il quale, per quasi vent’anni, sono rimaste questioni mai completamente chiarite. E mentre l’ex comandante del Ris Luciano Garofano rivendica la correttezza del lavoro svolto, l’attenzione degli investigatori si concentra soprattutto su Alberto Marino, all’epoca capitano e responsabile degli accertamenti biologici.

Garofano al Tg1 difende il Ris e attacca Stasi: «Ha raccontato bugie»

Qualche giorno fa Luciano Garofano è intervenuto ai microfoni del Tg1 per rispondere alle contestazioni che investono il lavoro del Ris di Parma.

L’ex comandante ha richiamato quelle che considera le bugie di Alberto Stasi e ha ribadito di non avere nulla da temere. Garofano continua infatti a difendere la qualità degli accertamenti che lui e i suoi collaboratori eseguirono durante le indagini.

Ma nel frattempo sono emersi altri elementi che alimentano i dubbi sulle procedure adottate dagli specialisti. Il nodo riguarda soprattutto gli esiti delle analisi sui pedali della bicicletta di Stasi, uno dei reperti più discussi dell’intera vicenda.

La questione non riguarda soltanto ciò che gli investigatori trovarono, ma anche quello che non comunicarono o non inserirono nelle conclusioni delle loro relazioni.

Marino e i test negativi sui pedali: il Dna di Chiara Poggi e l’Obti test

Al centro delle nuove verifiche compare il tenente colonnello Alberto Marino, che all’epoca dei primi accertamenti aveva il grado di capitano e collaborava con la pm di Vigevano Rosa Muscio.

Dalla ricostruzione degli atti emergono due controanalisi negative sul Dna attribuito a Chiara Poggi. Marino avrebbe ridimensionato quegli accertamenti definendoli «uno sciocco eccesso di zelo».

Ma c’è un altro elemento ancora più delicato: un Obti test negativo per la ricerca di sangue sui pedali della bicicletta. Secondo quanto emerso, il risultato non avrebbe trovato adeguata comunicazione negli atti dell’inchiesta.

L’Obti test serve a individuare la presenza di sangue umano. Un esito negativo, da solo, non dimostra necessariamente che sul reperto non vi fosse alcuna traccia ematica, ma rappresenta un dato che gli investigatori devono valutare insieme agli altri accertamenti.

Il punto è dunque capire perché questi risultati non abbiano avuto il rilievo che oggi la nuova inchiesta sembra attribuire loro.

La traccia di Dna maschile e l’ordine di distruggere i reperti

Le anomalie non finirebbero con gli esami sui pedali. Tra gli elementi che alimentano i nuovi interrogativi compare anche una traccia di Dna maschile che gli specialisti avrebbero isolato il 26 settembre 2013.

Un risultato sul quale occorre chiarire origine, significato e successive valutazioni, senza attribuirgli automaticamente un collegamento con l’assassino di Chiara Poggi.

Ancora più controversa appare la vicenda della distruzione dei reperti. Secondo la ricostruzione, Marino avrebbe firmato nel 2016 un ordine di distruzione, sei anni prima dell’autorizzazione della Corte d’Assise d’Appello.

Una circostanza che impone di ricostruire con precisione quali materiali riguardasse il provvedimento, quale fosse la loro effettiva destinazione e quali autorizzazioni risultassero disponibili in quel momento.

Sono questioni che potrebbero assumere un peso importante nel nuovo confronto giudiziario sugli accertamenti scientifici del caso Garlasco.

«Voglio parlare in aula»: Marino e il sequestro del fascicolo originale

Intercettato dai giornalisti, Alberto Marino ha preferito non entrare nel merito delle contestazioni, limitandosi a una dichiarazione: «Mi piacerebbe molto poter parlare in aula».

Una frase che lascia intendere la volontà di affrontare le questioni in una sede giudiziaria, anziché attraverso interviste e dichiarazioni pubbliche.

Secondo la ricostruzione, le spiegazioni già fornite da Marino ai magistrati di Pavia non avrebbero però esaurito gli interrogativi. Gli inquirenti hanno quindi inviato il Nucleo Investigativo a Parma per acquisire l’intero fascicolo originale del Ris.

La decisione punta a consentire un esame diretto della documentazione e a ricostruire il percorso degli accertamenti, dai risultati di laboratorio fino alle relazioni conclusive.

Marino potrebbe affrontare un nuovo confronto con gli inquirenti. Anche Garofano potrebbe tornare a fornire chiarimenti sul lavoro svolto dagli specialisti sotto il suo comando.

Rosa Muscio evita le domande di Giletti: nuovi chiarimenti sull’inchiesta del 2007?

L’attenzione si concentra anche su Rosa Muscio, la magistrata che seguì le prime indagini sul delitto di Garlasco e che oggi svolge le funzioni di giudice minorile.

Una giornalista della trasmissione di Massimo Giletti l’ha raggiunta mentre stava salendo su un treno, cercando di ottenere dichiarazioni sugli accertamenti dell’epoca. Muscio ha preferito non rispondere alle domande.

Secondo alcune indiscrezioni, gli inquirenti potrebbero averla già ascoltata. Non risultano però, nel materiale disponibile, conferme sui contenuti di un eventuale colloquio.

Il suo ruolo nella prima fase dell’indagine rende comunque importante ricostruire quali informazioni arrivarono alla Procura e quali risultati scientifici gli investigatori comunicarono ai magistrati.

Garlasco, il problema non è soltanto chi uccise Chiara Poggi

La nuova inchiesta continua a ruotare intorno all’omicidio di Chiara Poggi, ma il confronto sugli accertamenti del 2007 apre anche un’altra questione: quanto furono complete e trasparenti le informazioni scientifiche sulle quali si fondarono le valutazioni investigative?

La condanna definitiva di Alberto Stasi rimane un dato giudiziario. Allo stesso tempo, gli interrogativi sui test negativi, sulla documentazione del Ris e sulla gestione dei reperti meritano risposte precise, senza trasformare ogni anomalia in una prova automatica di responsabilità o di occultamento.

Il sequestro del fascicolo originale rappresenta un passaggio importante proprio perché permette agli investigatori di tornare alle fonti documentali.

Garofano difende il lavoro del Ris, Marino vuole parlare in aula e la Procura cerca di ricostruire ciò che accadde nei laboratori. Sullo sfondo rimane una domanda che attraversa l’intera vicenda: tutti gli elementi disponibili furono valutati e comunicati correttamente quando si cercava di stabilire chi avesse ucciso Chiara Poggi?