Garlasco, la telefonata muta delle 13.27 continua a dividere: perché quello squillo è ancora uno dei punti più discussi dell’inchiesta

Alberto Stasi, omicidio Chiara Poggi

La telefonata delle 13.27 è probabilmente uno degli episodi più conosciuti e, allo stesso tempo, più controversi dell’intera vicenda giudiziaria sul delitto di Chiara Poggi. Pochi secondi che, nel corso degli anni, sono stati caricati di significati profondamente diversi e che ancora oggi vengono richiamati ogni volta che il caso torna al centro dell’attenzione.

Il dato oggettivo è noto. Nel primo pomeriggio del 13 agosto 2007 Alberto Stasi chiama il telefono fisso dell’abitazione di via Pascoli. La comunicazione dura circa dodici secondi, ma dall’altra parte non risponde alcuna persona. È quella che gli investigatori definiranno la “risposta muta” del sistema di allarme installato nella villetta.

Che cos’era la “risposta muta”

Dal punto di vista tecnico, non si trattava di una conversazione. Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, il sistema telefonico dell’allarme era in grado di rispondere automaticamente alle chiamate in determinate condizioni, mantenendo la linea aperta senza che vi fosse un interlocutore.

Fu proprio questa particolarità a rendere quell’episodio uno dei punti centrali dell’inchiesta. Per gli investigatori non era tanto importante il fatto che la telefonata fosse durata dodici secondi, quanto il significato che poteva assumere nel contesto della ricostruzione dell’intera mattinata.

L’interpretazione del pm Roberto Agnello

Nella requisitoria pronunciata davanti alla Corte di Cassazione il 18 aprile 2013, il pubblico ministero Roberto Agnello attribuì a quella telefonata un valore preciso.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, dopo una serie di chiamate rimaste senza risposta, quella comunicazione avrebbe provocato un’improvvisa reazione di Alberto Stasi. Agnello sostenne che, sentendo la linea aprirsi, l’imputato avrebbe potuto pensare che Chiara Poggi fosse ancora viva e avesse risposto al telefono. Da qui, secondo la Procura, la decisione di raggiungere rapidamente la villetta per verificare la situazione e, una volta constatata la morte della ragazza, mettere in scena il ritrovamento del corpo chiamando successivamente i soccorsi.

Era uno degli elementi che il pubblico ministero inseriva all’interno della propria ricostruzione complessiva e che, insieme agli altri indizi, riteneva compatibile con la responsabilità di Stasi.

Le osservazioni della difesa

Nel corso degli anni la difesa di Alberto Stasi ha invece contestato questa interpretazione, sostenendo che quella telefonata non potesse essere considerata una prova di alcun comportamento criminoso.

Secondo la linea difensiva, la durata della chiamata e la cosiddetta risposta muta dell’allarme non dimostrerebbero quale fosse il pensiero di Stasi in quel momento né consentirebbero di ricostruirne con certezza le intenzioni. L’episodio, isolatamente considerato, potrebbe infatti essere compatibile anche con il normale tentativo di contattare la fidanzata dopo una serie di chiamate rimaste senza esito.

Negli anni anche diversi consulenti hanno sottolineato come il significato investigativo di quella telefonata dipenda inevitabilmente dal contesto nel quale viene inserita e non possa essere valutato come un elemento autonomo.

Un dato che va letto insieme agli altri

È proprio questo il punto sul quale, ancora oggi, si concentra il dibattito.

La telefonata delle 13.27 non costituisce, da sola, una prova della responsabilità o dell’innocenza di qualcuno. Il suo valore dipende dalla ricostruzione complessiva della sequenza temporale, dagli altri elementi raccolti dagli investigatori e dall’interpretazione che i giudici attribuiscono all’intero quadro probatorio.

Per questo motivo continua a essere uno degli episodi più discussi dell’inchiesta. Lo stesso fatto storico è rimasto immutato dal 2007: cambia, invece, il significato che accusa e difesa gli attribuiscono.

Perché continua a far discutere

A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la telefonata delle 13.27 resta uno di quei dettagli che sembrano destinati a non perdere mai centralità.

Non perché rappresenti, da sola, la chiave del caso, ma perché mostra con particolare evidenza come uno stesso elemento possa essere interpretato in modo profondamente diverso a seconda del quadro investigativo nel quale viene collocato. È questa, probabilmente, la ragione per cui continua a essere richiamata ogni volta che il delitto di Garlasco torna al centro del dibattito pubblico.