Aveva riempito l’ufficio di post‑it rivolti ai colleghi, richiamandoli ai doveri della convivenza,convinta che nel suo ambiente di lavoro mancassero le regole basilari di educazione e rispetto. La società finanziaria di Milano in cui lavorava da un anno e mezzo ha però avviato un procedimento disciplinare, concluso nel maggio 2025 con il licenziamento per giusta causa. La donna, quarantenne milanese, ha impugnato il provvedimento in Tribunale, ottenendo ragione.
Il compulsivo attaccare di post-it
Nella lettera di licenziamento si contestava alla dipendente di non scongiurare comportamenti che potessero ledere il clima interno e la qualità del lavoro. Per l’azienda, il continuo e compulsivo attaccare post‑it era un gesto grave e non autorizzato, ritenuto lesivo dell’organizzazione. I vertici sostenevano inoltre che la donna avesse adottato un atteggiamento aggressivo e polemico verso i colleghi, in violazione del codice etico del gruppo bancario proprietario della finanziaria.
I messaggi sui post-it e il clima in ufficio
Negli atti del procedimento, come si legge sul Corriere della Sera che ha reso nota la vicenda, sono riportate decine di frasi scritte sui post‑it, attaccati anche su cassettiere e computer dei colleghi: richiami a non rovistare nei cassetti, a non sostare nella guardiola, a non toccare i computer altrui, a non aprire armadi non propri. Il clima si era progressivamente inasprito, ma secondo il giudice del Lavoro del Tribunale di Milano, Rossella Chirieleison, l’insistenza dei messaggi non dimostra che la dipendente fosse la principale responsabile della tensione.
La decisione del Tribunale
Il giudice ha stabilito che la donna deve essere reintegrata e indennizzata con circa 33mila euro, pari a dodici mensilità, oltre alle spese legali. Nella sentenza si legge che i fatti contestati sono in parte insussistenti e in parte irrilevanti dal punto di vista disciplinare. Le presunte frasi aggressive rivolte a voce ai colleghi non sono state provate, mentre l’uso dei bigliettini non può avere rilievo disciplinare: il cartello sullo schermo del computer non era visibile a un pubblico indiscriminato, non conteneva frasi inappropriate e non ha creato alcun danno all’azienda.
Il ritorno al lavoro
La quarantenne potrà dunque tornare al suo posto. Per il Tribunale di Milano il licenziamento è illegittimo e non sostenuto da elementi sufficienti. La vicenda si chiude così con il reintegro della dipendente e con una riflessione più ampia sul clima lavorativo e sulla gestione dei conflitti negli uffici.







