Italia ancora in forte ritardo. Nel nostro Paese il divario retributivo di genere, cioè la differenza tra gli stipendi di uomini e donne, resta molto alto. Tanto che ci ritroviamo all’83° posto su 145 Paesi nella classifica stilata dal World economic forum.
Le lavoratrici, anche se laureate, guadagnano in media il 25% in meno rispetto ai colleghi maschi.
Il dato diventa ancora più critico sul fronte della “partecipazione economica e opportunità”, dove il Paese precipita al 121° posto, superato da nazioni come la Bosnia Erzegovina, la Repubblica Democratica del Congo e il Bahrain.
L’impatto dell’età e delle ore lavorate
A una prima lettura superficiale, il gender pay gap orario medio in Italia si attesta al 5,3%. Tuttavia, questa cifra non restituisce la reale complessità delle disparità reddituali tra uomini e donne. Quando l’osservazione si sposta sulla retribuzione mensile o annuale, la forbice tende ad allargarsi, risentendo del minor numero di ore mediamente lavorate dalla componente femminile.
Inoltre, il divario non rimane costante nel tempo, ma si accentua progressivamente con l’avanzare dell’età e dello sviluppo della carriera.
Nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, la differenza retributiva è contenuta al 2,1%. Il divario cresce gradualmente nelle fasce successive, fino a raggiungere il 12,6% tra i lavoratori over 65.
Dal lavoro alla pensione
Le donne che lavorano ricevono in media stipendi di circa un quarto più bassi rispetto agli uomini e quindi vanno in pensioni con importi inferiori. È il quadro fotografato dal Rendiconto sociale del Civ-Inps, secondo il quale nel 2025 l’importo medio delle pensioni previdenziali (di invalidità, vecchiaia e superstiti) è stato in media di 1.876,1 euro lordi al mese, ma per le donne si è fermato a 1.491,7 euro, inferiore del 34% ai 2.260,6 euro medi mensili degli uomini.
Le disparità nei settori chiave e nel pubblico impiego
L’analisi per comparti economici rivela asimmetrie ancora più marcate, specialmente nei settori ad alta specializzazione e a retribuzioni più elevate. Nelle attività professionali, scientifiche e tecniche il divario tocca il picco del 23,4%. Nelle attività finanziarie e assicurative il gap si attesta al 21,8%. Ne commercio all’ingrosso e al dettaglio la differenza raggiunge il 17,1%. Nella Pubblica amministrazione e nel settore della difesa, il gender pay gap raggiunge il 10,1%, dimostrando come le sperequazioni non siano ristrette al solo ambito privato.
Il premio alla laurea: il rendimento più basso dell’Unione europea
In Italia, il conseguimento di un titolo di studio universitario non garantisce alla componente femminile una protezione adeguata contro la disparità salariale. Il rendimento dell’investimento nell’istruzione terziaria è infatti contenuto per le donne rispetto ai colleghi uomini. Per gli uomini, la laurea comporta uno scatto salariale del 46% rispetto al diploma.
Per le donne, il premio retributivo si ferma al 27% (passando da 2.295 euro lordi mensili per una diplomata a 2.914 euro per una laureata).
Questo incremento del 27% rappresenta il dato più basso dell’intera Unione europea. L’aumento retributivo femminile legato alla laurea raggiunge il 49% in Francia, il 55% in Germania e il 56% in Spagna.
Trasparenza salariale, le novità
Per contrastare questo scenario, l’Italia ha recepito la Direttiva Ue 2023/970 in materia di trasparenza e parità salariale con il Decreto legislativo 7 maggio 2026, n. 96, entrato in vigore a giugno. Il provvedimento introduce obblighi specifici per i datori di lavoro. In fase di selezione c’è il divieto di chiedere ai candidati informazioni sui guadagni percepiti negli impieghi precedenti. I candidati hanno diritto a conoscere la retribuzione iniziale o dei relativi criteri che vanno indicati negli annunci di lavoro o prima del colloquio. I lavoratori possono richiedere chiarimenti sui livelli retributivi e sui criteri di progressione di carriera divisi per genere. Le imprese con almeno 100 dipendenti devono comunicare regolarmente i dati sui divari dei salariali interni. Qualora emerga un divario superiore al 5% privo di giustificazioni oggettive, scattano obblighi di verifica e azioni di natura correttiva.







