Il giallo della ricina a Pietracatella potrebbe essere vicino a una svolta. La pista del duplice omicidio premeditato di Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi, madre e figlia morte nel dicembre scorso dopo essere state esposte alla potentissima sostanza tossica, starebbe acquistando sempre maggiore consistenza.
Secondo quanto emerge da fonti qualificate, gli investigatori avrebbero infatti raccolto «elementi certi» che orienterebbero l’inchiesta verso l’ipotesi di un avvelenamento volontario. Indicazioni nella stessa direzione sarebbero arrivate, per il momento informalmente, anche dagli specialisti del Robert Koch Institute di Berlino, ai quali sono stati affidati alcuni degli accertamenti più delicati. Le conclusioni ufficiali, tuttavia, devono ancora essere trasmesse e saranno decisive per ricostruire cosa accadde nella casa delle due donne.
Ricina sui reperti e sugli alimenti, si cerca il veicolo del veleno
Uno dei punti centrali dell’indagine riguarda la possibile presenza della ricina sui reperti e sugli alimenti sequestrati nell’abitazione delle vittime. Gli investigatori cercano soprattutto di stabilire attraverso quale veicolo la sostanza sia entrata nell’organismo di Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi e, di conseguenza, se qualcuno possa averla deliberatamente somministrata.
Per arrivare a una risposta saranno incrociati i risultati delle analisi effettuate a Berlino con quelli relativi ai 131 prelievi eseguiti a luglio. È da questo enorme lavoro di laboratorio che potrebbero emergere gli elementi necessari non soltanto per individuare il veicolo della ricina, ma anche per ricostruire con maggiore precisione modalità e tempi dell’avvelenamento.
La ricina era stata individuata nel sangue delle due vittime già a marzo. Da quel momento la vicenda, inizialmente avvolta da numerosi interrogativi, si è trasformata in un’inchiesta nella quale l’ipotesi di un’azione volontaria ha assunto progressivamente maggiore peso.
La testimonianza dell’infermiere e le condizioni di Gianni Di Vita
La Squadra Mobile, guidata da Marco Graziano, sta contemporaneamente approfondendo le testimonianze relative a Gianni Di Vita, padre e marito delle due vittime. Gli investigatori hanno ascoltato un infermiere, amico della famiglia, che nelle ore dei malori aveva effettuato una flebo a Sara.
L’attenzione si sarebbe concentrata anche sulle condizioni di salute dello stesso Gianni Di Vita durante quelle ore. Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire ogni particolare di quanto avvenuto mentre madre e figlia stavano male, verificando dichiarazioni, circostanze e sequenza temporale degli eventi. È stata ascoltata in Questura anche la moglie dell’infermiere.
Si tratta di accertamenti che, allo stato, non equivalgono a conclusioni sulle responsabilità. Il quadro investigativo dovrà essere definito attraverso gli esiti scientifici e gli altri elementi raccolti nel fascicolo.
La difesa: «Non escludete l’avvelenamento accidentale»
La difesa di Gianni Di Vita continua infatti a chiedere che rimanga aperta anche un’altra possibilità: quella dell’avvelenamento accidentale. L’avvocato Vittorino Facciolla sostiene che questa ipotesi debba essere «valutata come tutte le altre» e richiama le considerazioni di Carlo Locatelli, esperto del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia che aveva individuato la ricina nel sangue delle vittime.
Il legale sottolinea che nei sette precedenti casi citati dall’esperto l’avvelenamento era risultato accidentale e ricorda come questa possibilità fosse stata presa in considerazione fin dall’inizio sia dalla difesa sia dai familiari.
La partita decisiva si gioca quindi sui risultati delle analisi scientifiche. Se gli accertamenti dovessero confermare che la ricina non arrivò accidentalmente nell’organismo delle due donne, il mistero di Pietracatella cambierebbe definitivamente natura: da tragico e anomalo caso di avvelenamento a possibile duplice omicidio premeditato. A quel punto resterebbero da chiarire le domande più pesanti: chi abbia utilizzato la ricina, attraverso quale alimento o sostanza e perché abbia voluto uccidere Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi.







