«La causa della morte è sicuramente l’avvelenamento da ricina, ma l’autopsia non può determinare quello che è successo, ovvero l’ingestione accidentale o la somministrazione da parte di terze persone». Dopo le dichiarazioni del professor Carlo Locatelli, arrivano quelle di Benedetta De Luca, l’anatomopatologa che ha eseguito le autopsie sui corpi di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita. Il medico legale a Pietracatella lascia aperto il nodo della dinamica.
Il dato medico è ormai certo: madre e figlia sono morte per avvelenamento da ricina. Resta invece ancora senza risposta la domanda decisiva dell’inchiesta: come è entrata quella sostanza nei loro organismi?
De Luca non esclude nessuna delle due possibilità principali. Antonella e Sara potrebbero averla ingerita accidentalmente oppure qualcuno potrebbe avergliela somministrata. L’autopsia e gli esami tossicologici, da soli, non consentono di distinguere tra le due ipotesi. A stabilirlo dovranno essere gli investigatori attraverso la ricostruzione di ciò che accadde prima dei malori.
Medico legale a Pietracatella, cosa chiarisce l’autopsia
L’anatomopatologa fornisce però un’indicazione importante sulla modalità attraverso la quale il veleno sarebbe entrato nell’organismo. L’ipotesi ritenuta più probabile è l’ingestione, mentre gli esami non permettono di stabilire se la ricina fosse contenuta in un alimento solido oppure in un liquido.
«Nello stomaco delle due vittime non abbiamo individuato nessun residuo alimentare, ma solo sangue», ha spiegato De Luca nell’intervista a Telemolise. Antonella e Sara, prima di morire, avevano infatti vomitato ripetutamente.
Questo impedisce di ricostruire attraverso il contenuto gastrico quale alimento o bevanda possa avere veicolato la sostanza. Ed è un particolare fondamentale, perché rende ancora più importante il lavoro investigativo sulle ore precedenti alla comparsa dei sintomi.
Se qualcuno avesse somministrato loro la ricina, bisognerebbe individuare il momento e il possibile veicolo. Se invece l’assunzione fosse avvenuta accidentalmente, occorrerebbe capire dove e attraverso cosa madre e figlia possano essere entrate contemporaneamente in contatto con una quantità letale della tossina.
La finestra decisiva: la sera del 23 dicembre o il 24
C’è poi un secondo elemento fornito da De Luca che potrebbe restringere sensibilmente il campo delle indagini: il tempo trascorso tra l’ingestione e la comparsa dei sintomi.
La ricina non provoca necessariamente effetti immediati. Secondo la letteratura scientifica citata dal medico legale, i sintomi possono comparire fino a 36 ore dopo l’assunzione. La durata dipende dal metabolismo, dalle condizioni individuali e dalla risposta dell’organismo.
Da qui l’indicazione temporale: «Dal mio punto di vista l’ingestione potrebbe essere avvenuta la sera del 23 dicembre o il 24 dicembre».
Sono quindi quelle ore a diventare particolarmente importanti. Gli investigatori devono ricostruire cosa fecero Antonella e Sara, quali alimenti o bevande consumarono, quali persone incontrarono e soprattutto se esista un momento nel quale entrambe possano avere assunto la stessa sostanza.
La latenza fino a 36 ore rende inoltre pericoloso concentrare l’attenzione esclusivamente sull’ultimo pasto o sugli istanti immediatamente precedenti ai primi malori. Il possibile contatto con la ricina potrebbe risalire a molte ore prima.
Dopo Locatelli, un altro dubbio sull’ipotesi dell’omicidio
Le parole del medico legale a Pietracatella acquistano un peso particolare perché arrivano dopo quelle del professor Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, che aveva sottolineato come i dati disponibili non permettessero di trasformare automaticamente la presenza della ricina nella prova di un duplice omicidio.
Ora anche il medico che ha materialmente effettuato le autopsie traccia lo stesso confine: la ricina ha ucciso Antonella e Sara, ma la medicina legale non può dire chi, eventualmente, l’abbia somministrata.
È una distinzione decisiva. L’avvelenamento è un dato medico. L’eventuale omicidio è un’ipotesi investigativa che deve trovare riscontri autonomi.
Questo non significa naturalmente escludere l’intervento di terzi. Significa però che, allo stato degli elementi resi pubblici, anche l’ipotesi accidentale resta scientificamente sul tavolo.
Le ricerche sulla ricina e l’indirizzo IP di Pietracatella
Sul versante investigativo resta intanto uno degli elementi più inquietanti emersi nelle ultime settimane: le ricerche online relative alla preparazione della ricina.
Secondo quanto emerso, dagli Stati Uniti sarebbe arrivata l’individuazione di un indirizzo IP collegato a un computer dal quale sarebbe partita una ricerca sulle modalità per preparare ricina in polvere. La localizzazione dell’IP condurrebbe a un’area compatibile con la zona di Pietracatella.
È però necessario mantenere distinti i diversi livelli dell’inchiesta. Un indirizzo IP può permettere di individuare una connessione, non identifica automaticamente la persona che in quel momento utilizzava un determinato dispositivo, né dimostra da solo un collegamento con la morte delle due donne.
Proprio per risalire all’autore delle ricerche diventano decisivi gli ulteriori accertamenti tecnici e l’incrocio con dispositivi, utenze, orari e altri elementi investigativi.
Gianni Di Vita sentito più volte, ma non è indagato
Gli investigatori hanno inoltre sentito più volte Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara. Gli inquirenti hanno anche perquisito il suo studio professionale da commercialista nell’ambito degli accertamenti.
Un elemento deve però restare chiarissimo: Di Vita non risulta iscritto nel registro degli indagati.
In un’indagine tanto delicata, perquisizioni, audizioni e accertamenti non possono trasformarsi automaticamente in attribuzioni di responsabilità. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire gli ultimi giorni delle due vittime e di capire chi avesse accesso agli ambienti, agli alimenti e alle informazioni che potrebbero risultare utili.
Un caso che il medico legale definisce «unico al mondo»
De Luca ha definito quello di Pietracatella «un caso unico al mondo», ricordando quanto siano limitati anche gli studi scientifici disponibili su avvelenamenti di questo tipo.
Ed è forse proprio questa eccezionalità a spiegare perché, a distanza di mesi, ogni nuovo elemento sembri aprire una domanda invece di chiuderla.
Ora esistono almeno tre punti fermi: Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono morte per avvelenamento da ricina; con ogni probabilità la sostanza è stata ingerita; l’assunzione potrebbe risalire alla sera del 23 dicembre o alla giornata del 24.
Resta invece completamente aperta la domanda più importante. Qualcuno ha preparato e somministrato quel veleno oppure madre e figlia sono entrate accidentalmente in contatto con la ricina?
L’autopsia, avverte chi l’ha eseguita, non può rispondere. La risposta, se esiste, dovrà arrivare dalle indagini.







