Milano, le donne riprese sui tram e finite nella chat dei dipendenti Atm: indagato un conducente, sospesi sei colleghi

Tram Milano

Una foto scattata di nascosto a una passeggera. Un commento volgare. Una chat WhatsApp tra dipendenti Atm. E, sullo sfondo, un interrogativo molto più grave: quelle immagini di donne inconsapevoli erano soltanto il materiale squallido di un gruppo interno, oppure uscivano dai telefoni dei tranvieri per finire anche altrove, magari su siti specializzati in contenuti rubati e voyeuristici? È su questo crinale che si muove ora l’inchiesta della Procura di Milano, appena avviata ma già abbastanza pesante da portare all’iscrizione nel registro degli indagati di un conducente e alla sospensione dal servizio e dallo stipendio di altri cinque colleghi da parte dell’azienda dei trasporti milanese.

Il caso esplode dopo il post di una passeggera di 26 anni che sabato scorso, mentre viaggiava sul tram 15 tra Rozzano e Milano, si è accorta di ciò che stava accadendo davanti a lei. Un autista di mezza età, in quel momento non in servizio e seduto sul mezzo come passeggero, stava condividendo in una chat una fotografia di una donna ripresa di spalle, accompagnata dalla frase: «È il mio dolce per voi». La ragazza lo ha visto, ha scattato una foto al suo cellulare e ha pubblicato tutto sui social. Da quel momento la vicenda è uscita dal perimetro interno dell’Atm ed è diventata un caso giudiziario, aziendale e cittadino.

La chat “Ticinese Staff” e le immagini delle passeggere

La chat finita al centro dell’inchiesta si chiamerebbe “Ticinese Staff” e raccoglieva diversi dipendenti dell’Azienda trasporti milanesi, oltre a un ex dipendente. Non soltanto autisti, secondo quanto emerso, ma anche figure con ruoli diversi all’interno dell’azienda: un ispettore, un responsabile della formazione, conducenti in servizio e un tranviere oggi in pensione. Persone che, ogni giorno, entrano in contatto con migliaia di cittadini e che, proprio per il loro ruolo, hanno accesso a strumenti, spazi e informazioni legati al servizio pubblico.

La foto vista dalla passeggera non sarebbe stata l’unica. Nel post pubblicato su Instagram, poi diventato virale, la giovane ha raccontato che l’uomo aveva aperto la galleria delle immagini della chat. Dentro, secondo la sua ricostruzione, comparivano altre fotografie simili: donne riprese di spalle, immagini apparentemente estratte dai sistemi di videosorveglianza presenti sui mezzi pubblici. È questo il punto che gli investigatori vogliono chiarire con precisione: se si trattasse di fotografie scattate ai monitor interni dei tram oppure di file scaricati dalla memoria dei mezzi attraverso un accesso non autorizzato ai sistemi informatici.

L’inchiesta della Procura e il reato ipotizzato

A coordinare l’indagine sono i pm milanesi Grazia Colacicco e Carlo Parodi, nell’ambito della Procura guidata da Marcello Viola. Per il momento il reato ipotizzato a carico del conducente indagato è accesso abusivo a sistema informatico. Le verifiche, però, riguardano anche gli altri partecipanti alla chat. Gli agenti della polizia locale hanno eseguito perquisizioni nelle abitazioni e nei luoghi di lavoro dei tranvieri coinvolti, sequestrando cellulari, computer e altri dispositivi informatici.

Gli accertamenti dovranno stabilire come siano state ottenute le immagini, quante donne siano state riprese, da quanto tempo esistesse la chat e se i contenuti siano rimasti confinati nel gruppo o siano stati diffusi anche all’esterno. È una differenza decisiva, perché trasformerebbe un comportamento già gravissimo in un possibile circuito più ampio di violazione della riservatezza e sfruttamento dell’immagine di persone inconsapevoli. Le donne fotografate salivano sui mezzi pubblici per andare al lavoro, all’università, a casa, non certo per diventare materiale da commento in una chat di dipendenti.

Atm sospende i dipendenti e prepara l’esposto al Garante

Sul piano aziendale, Atm si è mossa subito. I dipendenti coinvolti sono stati sospesi dal servizio e dalla retribuzione, mentre prosegue l’indagine interna sull’uso improprio degli strumenti di lavoro. La questione è particolarmente delicata perché i dipendenti dell’azienda di trasporto pubblico sono incaricati di pubblico servizio e questa qualifica potrebbe aggravare la loro posizione, qualora venissero accertate responsabilità.

L’azienda ha annunciato anche un esposto al Garante della privacy. Il tema non riguarda soltanto la condotta individuale dei lavoratori, ma la tutela dei passeggeri e l’affidabilità di un sistema di videosorveglianza pensato per la sicurezza, non per alimentare commenti sessisti o violazioni della dignità personale. Le telecamere sui mezzi pubblici servono a proteggere utenti e personale, non a trasformare le persone riprese in oggetti da condividere su WhatsApp.

Lo choc nei depositi: «Ora vanno licenziati»

Il caso ha scosso profondamente anche l’ambiente interno di Atm. Nei depositi, tra conducenti, controllori e personale amministrativo, non si parla praticamente d’altro. Le domande sono sempre le stesse: chi c’era in quella chat? Da quanto tempo giravano quelle immagini? Quante persone sapevano? E soprattutto: possibile che nessuno abbia mai fermato quel meccanismo prima che una passeggera se ne accorgesse per caso?

A colpire molti dipendenti è anche il profilo di alcuni partecipanti al gruppo. Tra loro ci sarebbero persone con ruoli di responsabilità e persino figure legate alla formazione dei nuovi autisti. «Uno di loro è stato mio insegnante al corso per diventare autista», ha raccontato una dipendente. Un altro lavoratore del deposito Ticinese ha spiegato: «Lavoro da poco qui e ora siamo tutti colpiti». Il conducente indagato, contattato telefonicamente, ha interrotto la conversazione dopo pochi secondi; poi il cellulare è risultato spento per il resto della giornata.

Il punto non è solo la volgarità

Ridurre tutto alla battuta sessista o alla volgarità di un gruppo di uomini sarebbe un errore. Qui il punto è più profondo: riguarda l’uso di immagini sottratte a persone inconsapevoli, l’eventuale accesso a sistemi di sorveglianza, la fiducia dei cittadini nei mezzi pubblici e il confine tra sicurezza e abuso. Chi sale su un tram deve poter contare sul fatto che le telecamere presenti a bordo servano a proteggerlo, non a esporlo.

La Procura dovrà stabilire se vi siano responsabilità penali e quali siano. Atm dovrà chiarire se i propri controlli interni siano stati sufficienti e come impedire che episodi simili possano ripetersi. Nel frattempo resta l’immagine da cui tutto è partito: una passeggera che guarda il cellulare di un dipendente dell’azienda pubblica e scopre che il corpo di un’altra donna è diventato oggetto di scherno in una chat. È bastato quello scatto a far emergere una vicenda che ora Milano non può liquidare come una semplice bravata.