Pietracatella, anche Gianni Di Vita potrebbe aver ingerito la ricina: il campione di sangue non può escluderlo. «Poteva sopravvivere»

Gianni Di Vita

E se anche Gianni Di Vita avesse ingerito la ricina che ha ucciso sua moglie Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara? È uno degli interrogativi più inquietanti che emergono dal giallo di Pietracatella. A sollevarlo è Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, che ha coordinato il gruppo responsabile delle complesse analisi tossicologiche eseguite sui campioni delle vittime.

La risposta, allo stato attuale, è sorprendente: non si può escludere. Il campione di sangue di Gianni Di Vita arrivato agli specialisti era stato precedentemente conservato a una temperatura di 4 gradi e, secondo Locatelli, questa circostanza ne avrebbe compromesso l’attendibilità per la specifica ricerca. Un risultato negativo, dunque, non consentirebbe di affermare con certezza che l’uomo non sia entrato in contatto con il veleno.

Perché Gianni avrebbe potuto sopravvivere alla stessa ricina

Il fatto che Di Vita sia sopravvissuto mentre moglie e figlia sono morte non basterebbe, secondo l’esperto, a escludere un’eventuale esposizione comune. Gli effetti della ricina ingerita possono infatti cambiare sensibilmente da una persona all’altra in funzione della quantità assunta, dell’assorbimento gastrointestinale, delle condizioni di salute e del peso corporeo.

«L’effetto della stessa dose cambia da una persona che pesa 50 chili a una che ne pesa 100», spiega Locatelli. È quindi teoricamente possibile che persone esposte alla stessa sostanza abbiano conseguenze molto differenti.

Questo elemento aggiunge un interrogativo importante alla ricostruzione di ciò che accadde alla famiglia tra Natale e il 28 dicembre, quando Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita morirono a poche ore di distanza all’ospedale di Campobasso. Gianni Di Vita, va ricordato, non risulta indagato nell’inchiesta sull’avvelenamento.

«Una concentrazione così alta che non si sarebbero potute salvare»

Le analisi sulle due donne hanno restituito un dato che Locatelli definisce eccezionale. La ricina è una proteina estremamente complessa da individuare e quantificare e il caso di Pietracatella presenterebbe caratteristiche senza precedenti nella letteratura scientifica per le modalità con cui è stato possibile rilevarla nei campioni.

Secondo il direttore del Centro Antiveleni, inoltre, la concentrazione riscontrata nelle vittime sarebbe stata talmente elevata da rendere improbabile la loro salvezza anche se i medici avessero individuato immediatamente la causa dell’intossicazione. Nei precedenti casi italiani conosciuti, i pazienti avevano riferito di avere ingerito semi di ricino e avevano quindi permesso ai sanitari di indirizzare rapidamente la diagnosi. Antonella e Sara arrivarono invece alle cure senza che nessuno sapesse quale sostanza avesse provocato quei sintomi.

Il particolare assume rilievo anche perché cinque medici risultano indagati per omicidio colposo nell’inchiesta relativa all’assistenza prestata alle due donne. Le parole di Locatelli introducono quindi un elemento che dovrà essere valutato: anche una diagnosi tempestiva, secondo la sua valutazione, potrebbe non essere stata sufficiente a salvarle.

Il grande mistero resta: chi ha portato la ricina in quella casa?

Rimane soprattutto la domanda attorno alla quale ruota l’intera indagine: come è arrivata la ricina nella famiglia Di Vita-Di Ielsi e chi l’ha somministrata? La Procura procede anche sul fronte del duplice omicidio volontario aggravato dall’uso del veleno e continua a ricostruire movimenti, contatti, ricerche online e tutto ciò che possa spiegare l’origine della sostanza.

Locatelli aggiunge infine una considerazione generale sull’utilizzo dei veleni nei delitti. Statisticamente, osserva, sarebbero più frequentemente impiegati dalle donne, mentre gli uomini ricorrerebbero maggiormente a forme di violenza fisica. Lo stesso tossicologo precisa però che non si tratta affatto di una regola e ricorda casi di avvelenamento nei quali il responsabile era un uomo.

Nel giallo di Pietracatella, quindi, quel dato non consente di indicare alcuna direzione investigativa. Molto più importante è invece la nuova incognita aperta dalle analisi: Gianni Di Vita potrebbe essere stato una terza persona esposta alla ricina ed essere semplicemente sopravvissuto? Il campione di sangue disponibile, almeno per ora, non permette di chiudere definitivamente quella porta.